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La storia della disabilità vista con gli occhi di mamma Vincenza

Diredazione

La storia della disabilità vista con gli occhi di mamma Vincenza

Quello che segue non è il solito testo «sentito» di una figlia che descrive la madre. Qui c’è di più: c’è uno spaccato della società calabrese che cresce con i suoi protagonisti dagli anni ’30 ai nostri giorni. L’attacco è di una valenza antropologica assoluta. Credo che nelle intenzioni dell’autrice, quel contesto dovesse essere protagonista. E lo è.

La figura di Vincenza è raccontata come un’entità. «Una creatura» è definita più volte, una definizione che rende la sua vita trasversale agli eventi storici e sociali che hanno caraterizzato gli anni ’50 in Italia e in Calabria. Per Vincenza, modernissima e intelligente, la sua disabilità è una condizione di vita come un’altra, non irrimediabilmente uno svantaggio. Fuori dal contesto storico c’è, nell’intimità del rapporto dell’autrice con la mamma, qualcosa di impalpabile che va oltre la tensione filiale: una delicatissima complicità femminile che fa di Caterina, la figlia, una figura nobile alla quale siamo grati per il prestito del «nume tutelare» della sua famiglia.

Testo di Caterina Marra

A quel tempo era normale non conoscere il giorno esatto della propria nascita.
Quello che era meno frequente era chiamare la propria figlia col nome dello zio, ovviamente trasformato al femminile!

Così, a fine dicembre del 1931, nasce Vincenza; la data esatta non è stato  mai possibile saperla. Il suo nome, come la sua mamma avrebbe desiderato, doveva essere quello della nonna; avrebbe dovuto chiamarsi, quindi, Caterina.

Invece no: il papà decide che la suocera non merita questa tradizione e, quindi, trascrive all’anagrafe in data 6 gennaio 1932 la paternità della bimba con il nome del proprio fratello Vincenzo. È così che ha inizio la vita unica e splendida di una creatura che ha regalato chi l’ha conosciuta l’esperienza di vivere la disabilità con assoluta fierezza e dignità.

Secondogenita di una coppia giovanissima: il papà poco più che ventenne, la mamma sedici anni appena.
Cresce con poca attenzione e pochissime cure.
Nessuno si accorge che i suoi occhi vedono poco e che il suo udito non è perfetto.

D’altronde, poco dopo la nascita, il grembo materno era già pieno di un’altra vita; questa volta il tanto desiderato figlio maschio. La diversità della bimba però, non manca di essere notata dalla maestra quando, finalmente, arriva il momento di andare a scuola. Pochi giorni bastano alla maestrina senza grande esperienza a sentenziare che Vincenzina alias Caterina (come in casa veniva chiamata) non è idonea a rimanere in classe. Troppo distratta e troppo assente e con un deficit visivo così marcato da non riuscire a distinguere le lettere scritte alla lavagna.

La soluzione viene trovata facilmente facendo rimanere la bimba a casa, non idonea alla scolarizzazione ma subito indirizzata a poter governare casa, curare i fratellini (che nel frattempo crescono fino al numero di nove).

Ogni giorno, dalle prime luci dell’alba, questo essere diverso dedica il suo tempo a fare la brava donnina di casa: non mancano le continue vessazioni da parte soprattutto del padre, uomo violentissimo. Ma anche il resto della famiglia considera “Caterina” ritardata e non meritevole di qualsiasi benevola considerazione se non per i saporitissimi pranzetti e l’ordine assoluto che regnava in uno spazio affollatissimo.

Passano gli anni e la bambina “particolare” diventa donna.
Ha quasi 24 anni quando, per puro caso, incontra Antonino. Giovane bello e muscoloso, occhi verdi capelli scuri, ciò che manca ad Antonino è una decina di centimetri d’altezza: no, non era alto ed in più, una delle gambe era più corta dell’altra a causa di un incidente avvenuto anni prima. Vincenza pensa addirittura che si tratti di un adolescente, ricordando nitidamente che in quel primo incontro Nino indossava dei calzoni corti che lo rendevano ancora più infantile; in realtà, aveva già 28 anni.

È amore a prima vista. Ma i problemi non tardano ad arrivare.
Quello che Antonino non aveva previsto era che la famiglia della ragazza non aveva mai preso in considerazione che “Caterina” potesse essere considerata sufficientemente “appetibile” da qualcuno che volesse prenderla in sposa.

Mamma Vincenza nel giorno del suo matrimonio (1955)

Sorda, con poca vista, magra da far paura e, come tanti testimoniano, con neanche le scarpe ai piedi: non c’erano abbastanza soldi per comprare vestiti o scarpe per tutti, tanto meno per questa figlia.

Ma la forza e la tenacia e, soprattutto, l’amore dei due ragazzi hanno la meglio: i due si fidanzano rispettando le regole del padre padrone. Pochi mesi, forse due, danno la certezza ad Antonino che in quella casa, in quella famiglia, per Vincenza c’è posto solo per maltrattamenti e umiliazioni. Nasce così la decisione di scappare via insieme, allontanandosi il più possibile.

Dando spazio a tutto il proprio coraggio, i due, una notte di luglio del 1955, fuggono da quell’inferno.
Antonino provvede a comperare delle scarpe da mettere ai piedi della giovane prima di andare a prelevarla. Qui entra in scena la favola di cenerentola e succede quello che nessuno si aspetta: nel tentativo di salvare un muro di cinta, una delle scarpe si sfila e, malauguratamente, cade dalla parte sbagliata. Non c’è tempo per tornare indietro raccoglierla! Niente da fare: le scarpe sembrano un lusso che Vincenza proprio  non può concedersi!

Ma da questo momento, finalmente, la vita dei giovani inizia a conoscere la gioia. Piena di felicità  e serenità pur se con tanti sacrifici poiché i soldi che Nino riesce a guadagnare sono pochi e la casa dove vanno a vivere consiste in un’unica stanza attrezzata di tutto.

Nel settembre dello stesso anno, arriva il matrimonio in chiesa, celebrato quasi di nascosto e, poi, la prima gravidanza. Sono anni di enormi conquiste per entrambi: anche questa famiglia diventa sempre più numerosa e Vincenza è una donna e mamma felice e realizzata. Essere mamma era qualcosa che aveva sempre desiderato e la sua tenera ironia ha sempre contraddistinto il suo modo di esserlo. Già… l’ironia!!

Quante volte ha saputo ridere della propria condizione di “essere imperfetto” o “disabile” e quante volte ha dimostrato che il suo essere diversa significava soltanto arrivare alle cose in modo diverso. Non ha mai smesso di lottare per tutta la sua lunga vita per farsi conoscere nella sua fragilità e forza. In tanti hanno fatto in tempo a ricredersi sul valore e le capacità di Vincenza. Ma rimane certamente una grande amarezza quando penso alle conquiste di questa donna meravigliosa: il rammarico di non essere mai riuscita ad imparare a leggere e scrivere. Questo era qualcosa che le mancava profondamente, un sogno che aveva rincorso con tutta se stessa.

L’ultimo tentativo maldestro, lo aveva fatto cercando aiuto dalla minore delle figlie.
A quel tempo, la piccola di casa aveva sette anni e sempre voglia di tenere la penna in mano. Approfittando dei pomeriggi trascorsi a fare i compiti attorno al tavolo della cucina, Vincenza aveva chiesto con molta umiltà che le venisse spiegato il significato delle consonanti delle vocali.
Per lei la priorità era fondamentalmente una: imparare a scrivere il proprio nome cognome. Era stanca di essere continuamente chiamata con due nomi differenti: lei si sentiva solo Vincenza.

Ma con una bimba di sette anni che aveva scelto come maestra l’esperienza si rivelò molto più complicata di ciò che sembrava: sbeffeggiata al primo errore dalla figlia-maestra, si sentì così umiliata e sconfitta che, strappate le pagine che aveva davanti, dichiarò che mai più avrebbe preso una penna in mano.

Povera mamma! Che ingiusta vita hai dovuto sopportare e quanta malinconia ogni volta che ripenso a quel momento. Non mi sono mai perdonata di averti trattata così malamente, di non essere mai stata più in grado di rimediare a quell’errore di bimba. Ho provato tante volte a chiederti di darmi un’altra possibilità: per me, insegnarti a scrivere il tuo nome era indispensabile. Ma tutti i tentativi sono stati vani.

Quando sei morta ho sentito il bisogno struggente di metterti vicino, oltre alla solita coroncina, una penna. Ti ho urlato tra le lacrime: “Scrivi, mamma! Scrivi! Adesso nessuno potrà impedirti di farlo”.

Scrivi le pagine più belle che avresti sempre voluto raccontare. Adesso, nessuno ti potrà dire che non ne sei capace.

Fonte: www.invisibili.corriere.it

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