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L’accessibilità è anche una questione di genere!

L’affermazione, secca, è di Simona Lancioni, responsabile del centro Informare un’h a Piccioli (PI) dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, sezione di Pisa. «L’accessibilità non è solo una questione di fisicità, ma abbraccia tutti gli ambiti dell’esistenza. Il fatto che un luogo sia fisicamente a una persona con disabilità motoria non significa che lo sia da altri punti di vista: un parco senza barriere ma poco illuminato, per esempio, la sera sarà abbastanza tranquillamente accessibile per un uomo disabile, ma inaccessibile per una donna con disabilità perché poco sicuro per lei) – racconta Lancioni. Oppure pens iamo alle medicine le cui dosi sono studiate in prevalenza per gli uomini. O ancora, al fatto che, ad esempio, le donne con distrofia muscolare a differenza degli uomini con la stessa patologia, solitamente quando vanno in bagno hanno bisogno di sdraiarsi, e nel bagno pubblico comunemente considerato accessibile manca un lettino. Donne e uomini con disabilità hanno esigenze differenti».

SantinaPertesanaDa questa semplice considerazione è nato nel 1997 il primo Manifesto dedicato alle donne con disabilità. Precedente quindi alla stesura della Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità approvata dall’Onu nel 2006, e ratificata dal nostro Paese nel 2009 e che ha rappresentato un punto di svolta elencando i diritti delle persone con disabilità in modo univoco. «La Convenzione Onu fa riferimento in più punti al genere e alle donne, l’articolo 6 è espressamente dedicato a loro – spiega Lancioni-. Ma la Convenzione Onu da sola non è sufficiente a descrivere il punto di vista e le esigenze delle donne con disabilità». Ed ecco quindi la necessità di redigere un nuovo documento, chiamato Secondo Manifesto sui diritti delle donne e delle ragazze con disabilità approvato nel 2011 dall’Assemblea Generale del Forum Europeo sulla Disabilità e giunto quest’anno – grazie al lavoro di traduzione della già citata Lancioni e di Mara Ruele – anche i n Italia.

Questo documento “ha recepito i principi della Convenzione ONU – prosegue Lancioni – ma rileggendoli in una prospettiva di genere. Il Secondo Manifesto non ha la valenza giuridica di una Convenzione ratificata dagli Stati, ma ha il valore politico di un testo elaborato dalle stesse donne con disabilità per proporre interventi che tengano conto delle loro esigenze, dei loro desideri, dei loro diritti”. Quante volte abbiamo sottolineato che la disabilità è doppiamente discriminante se si parla di una donna. Basti pensare alle violenze e abusi subiti o al diritto alla sessualità e alla riproduzione

Quanti sono i centri ginecologici pronti ad accogliere donne con disabilità? E quanti ginecologi sono preparati a assistere donne che hanno patologie e condizioni di disabilità? E ancora, quanti centri antiviolenza sono accessibili? Pochi, pochissimi, forse si contano sulle dita di una mano. “«Mantenerne separate le politiche di genere e quelle della disabilità oltre che insensato, equivale a “smembrare” le persone: ora sei solo donna, ora sei solo disabile – conclude Lancioni. Quindi più che di rafforzare i diritti esistenti io direi che occorre ripensarli tenendo conto del genere».

Fonte: invisibili.corriere.it

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