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Parcheggi rosa ad Avellino, 25 stalli per donne in attesa e mamme con figli piccoli

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L’amministrazione comunale di Avellino al fianco delle donne in dolce attesa e delle mamme con bambini che non abbiano superato i 2 anni di età.

Su proposta dell’Assessore alle Pari Opportunità e inclusione sociale Teresa Mele la Giunta municipale ha approvato la delibera per la realizzazione di 25 postazioni di parcheggio destinate appunto a questa fascia della popolazione.

“Si tratta di un gesto di civiltà e di sensibilità nei confronti di tante mamme e di chi è in dolce attesa – spiega l’Assessore Teresa Mele – che dovendo anche provvedere a qualche visita medica o dovendo accompagnare il figlioletto a vaccinarsi può avere
difficoltà a trovare parcheggio. Le beneficiare delle sosta rosa pagheranno regolarmente il ticket laddove è prevista la sosta a pagamento ma potranno usufruire dello spazio a loro destinato.

Per il momento sono 25 le postazioni che sono state individuate, per lo più nelle vicinanze delle scuole cittadine, del Comune, della Provincia, di uffici pubblici, dell’Asl. Tra l’altro mi sono impegnata ad inoltrare richiesta al manager dell’Azienda Ospedaliera Moscati perché vengano create le condizioni necessarie per l’individuazione di almeno due parcheggi rosa anche presso la struttura sanitaria”.

In particolare i parcheggi rosa saranno individuati sia all’interno delle aree a pagamento sia in quelle gratuite. Per la precisione sono previsti, per il momento, 3 stalli in Via Degli Imbimbo nei pressi dell’Asl, 1 stallo presso il tribunale in Via Aldo
Moro, 1 presso il Comune in Piazza del Popolo, 1 in Piazza Libertà nei pressi della Prefettura, 1 sempre in Piazza Libertà nei pressi della Provincia, 1 in Via Duomo nei pressi della Camera di Commercio, 1 in Via Roma nei pressi dell’INPS, 1 a Corso
Europa nei pressi dell’Alto Calore, 1 nei pressi delle scuole materne ed elementari di Piazza Garibaldi, 1 in Via Morelli e Silvati, 1 in Via Colombo, 1 in Via Roma, 1 in Via Scandone, 1 in Contrada San Tommaso, 1 a Rione Mazzini, 1 in Frazione Bellizzi, 1 a Rione Ferrovia, 1 in Via Rotondi, 1 in Via Errico Cocchia, 1 in Via Piazza Solimena, 1 nei pressi dell’Inps di Via Roma e 1 del Genio Civile sempre a Via Roma, infine 1 stallo nei pressi del Giudice di Pace di Via Mancini.

Per potere usufruire della sosta rosa bisognerà presentare una domanda debitamente compilata a cui va allegato il certificato medico del ginecologo che attesti la condizione di gravidanza e la data presunta del parto. Sarà poi l’ufficio competente del Comune a rilasciare il Contrassegno Temporaneo Rosa quale unico titolo comprovante il diritto alla agevolazione. Chiaramente il contrassegno avrà validità solo nel Comune di Avellino.

Sempre l’assessore Mele in settimana ha avviato una serie di incontri con la Consulta dei Disabili presieduta da Ciro D’Argenio per accogliere le istanze e ricercare insieme soluzioni e precorsi di intervento.

“È mia intenzione confrontarmi con la Consulta e con tutti i soggetti che ne fanno parte – ha spiegato l’assessore alle Pari Opportunità e Inclusione Sociale – abbiamo già avuto un primo confronto molto utile ad individuare una serie di problematiche e criticità sulle quali al più presto intendo predisporre azioni risolutive. Mi riferisco, ad esempio, alla richiesta di abbattimento della barriere architettoniche che mi è stata formulata. Ho in mente di avviare una ricognizione sul territorio cittadino per capire
le urgenze e risolverle”.

Fonte: http://www.irpinianews.it/

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Sordo diplomato e ragazza esclusa dai compagni: storie di rom e scuola

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Le esperienze di Enrico e Deborah. Il primo, non udente, è stato l’unico a completare gli studi tra i 200 residenti nel campo di via Lombroso a Roma. La seconda ha cambiato due scuole superiori per poi abbandonare a causa del forte clima di ostilità che percepiva attorno a sé

ROMA – Bambini seminudi si tuffano nelle pozzanghere. Le donne chiacchierano tra loro, i piedi immersi in bacinelle d’acqua fredda. Fuori dai cancelli, roghi di spazzatura rendono l’aria ancor più torrida. In Via Cesare Lombroso, periferia nordoccidentale di Roma (Monte Mario), Enrico è già alla terza serie di sollevamenti. La sua palestra è una panca logora, un bilanciere rotto, qualche copertone e un sacco da boxe appeso a un ramo. Mens sana in corpore sano: delle duecento persone del campo, è stato l’unico a portare a casa un diploma, quest’estate. Difficile per un sordo, quasi impossibile per un rom. E lui è entrambe le cose. “Al quinto anno sono stato bocciato tre volte. Ero sul punto di mollare. Ma ci tenevo a finire bene, per il mio futuro”, racconta con l’aiuto del suo interprete Roberto.

Si asciuga il sudore. Sull’orecchio un brillantino e sulle braccia muscolose il nome tatuato in caratteri gotici. “Andiamo a fare un giro, vi faccio vedere dove vivo“. Lascia i pesi a terra: ha uno sguardo sveglio, che esprime sicurezza. Ci fa strada lungo il sentiero che costeggia container di lamiera, tra carcasse di roulotte, rottami e cumuli di rifiuti. La sabbia del selciato crea nuvole di polvere e terriccio, che si attaccano ai vestiti e alla pelle. Gli abitanti, tutti di origine bosniaca, sono nervosi: non vogliono nessuno a curiosare. “Sono arrabbiati perché hanno tolto loro il mercatino”, spiega Giovanna, operatrice di Arci solidarietà, da anni impegnata al Lombroso. “Era uno dei modi con cui guadagnavano del denaro ed entravano in contatto con la gente del quartiere. Ogni domenica rivendevano gli oggetti di seconda mano che rimediavano in giro”. In effetti, la tensione è alta: “Signora di merda, vattene”.

“Sono il primo di sette fratelli, ma solo io ho continuato gli studi”. Ventidue anni, si è diplomato come elettrotecnico all’istituto professionale per sordi A. Magarotto. Lo dice con orgoglio Enrico, e a ragione. Finire la scuola rappresenta un doppio riscatto per lui, doppiamente emarginato. Nel campo, perché sordomuto: qui la disabilità è malvista. Fuori, perché rom e gli stereotipi sono noti: “Qualche anno fa, molti studenti mi prendevano in giro. Dicevano che rubiamo, che siamo sporchi, che puzziamo, che dobbiamo andare via dall’Italia. Solo alcuni insegnanti mi hanno spronato ad andare avanti”. Una condizione, quella dell’emarginazione, certificata persino dagli uffici comunali, dove Enrico non è riconosciuto come cittadino italiano: “Non avevo la carta d’identità e per questo non potevo sostenere l’esame di stato”. Salvato da una nota del ministero, che ha suggerito alle scuole di consentire l’accesso alla maturità anche ai ragazzi stranieri senza documenti.

Spesso sono i docenti che aiutano i giovani rom a integrarsi. Non sempre ci riescono. “I miei professori non si rendevano conto che venivo isolata e presa in giro per le mie origini, nonostante io sia cittadina italiana”, racconta Deborah, 19 anni e sette fratelli, nata e vissuta nel campo di via Lombroso. Lei di scuole superiori ne ha frequentate due, le ha lasciate entrambe. “Ho fatto due anni di alberghiero, poi uno di psicopedagogico. Non mi trovavo bene: mi facevano sentire diversa, litigavo spesso con i compagni. Per questo me ne sono andata. Avevano tanti pregiudizi contro noi rom, pensieri negativi”.

Deborah è una ragazza timida. Gonna di jeans, maglietta attillata, capelli raccolti con una molletta. Ora lavora con un contratto a termine al municipio, nel settore amministrativo: non le piace ricordare i tempi tra i banchi delle superiori. Poi si convince: “Non dimenticherò mai il primo giorno di scuola, quello delle presentazioni. Quando è venuto il mio turno, ho detto che vivevo in un campo rom. Un silenzio pazzesco è calato nell’aula. I compagni si sono subito chiusi in gruppo, sentivo che sparlavano di me. ‘No no, non ce l’abbiamo con te’ mi hanno detto, e sono subito scappati fuori. Io mi sono chiesta: ‘Ma perché questa cosa?’. Mi sono sentita esclusa, sola”.

Insulti e discriminazioni: per il suo popolo è una storia che si ripete. Quando si cerca lavoro, quando si ha bisogno di un medico, quando serve un luogo dove vivere. E soprattutto a scuola, disertata dalla maggior parte dei minorenni di origine rom. Soltanto 11.657 ragazzini di etnia rom, sinti e caminanti hanno frequentato la scuola dell’obbligo in Italia nell’anno scolastico 2013-2014, secondo i dati del ministero dell’Istruzione elaborati dall’Ismu. Vale a dire che, anche se non si conosce quale fosse all’epoca della rilevazione la quota dei minori in età scolare tra i 108 mila stimati in Italia (su una popolazione complessiva valutata in 180 unità), è plausibile che molto meno della metà di essi frequenti regolarmente un istituto scolastico.

“A scuola è stata dura”, continua Enrico sul ciglio della porta di casa. “Qui è difficile riuscire a studiare”. Per tutti questi anni l’ha fatto in una piccola dépendance pre-fabbricata: il suo rifugio dal caos del campo, l’angolo di silenzio dove cercare concentrazione. “Sono fiero di lui, ma ora mi auguro che trovi un lavoro”, interviene il padre, che ci invita a sedere in cucina. “Ogni mattina lo svegliavo alle 6.30 e lo accompagnavo alla fermata del pulmino – ricorda-. Anche i suoi fratelli e sorelle ci andavano all’inizio, ma poi hanno rinunciato. Non siamo abituati a stare chiusi in una classe”. Quando Enrico è tornato con l’attestato, hanno fatto una grande festa.Adesso pensa di iscriversi all’Università, “per diventare orafo, o forse grafico pubblicitario, ma è ancora presto per fare programmi”, precisa il ragazzo. L’istruzione è vista con sufficienza dai rom: “È grandicello ormai, deve trovarsi un lavoro”, chiarisce serio il padre, che raccoglie ferro e, quando lo chiamano, sgombera qualche cantina. Bisogna contribuire a portare il pane a casa e gli studi non rendono subito.

Ora è Enrico che insegna al padre qualche trucco da elettrotecnico. La cornice vuota per il diploma è già pronta. Fuori dalla finestra, tutto resta uguale.

Fonte: http://www.redattoresociale.it/

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Charlotte, 24 anni, inventa la Uber dei disabili

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Charlotte de Vilmorin, 24 anni,  francese, vive su una sedia a rotelle da quando è nata. Durante un viaggio in Florida cerca un macchina adatta al trasporto per disabili per spostarsi da un posto all’altro, ma non c’era nulla di simile: «È allora che pensando a Uber ho creato un servizio per mettere in contatto i proprietari di auto pensate per il trasporto di persone in carrozzelle con chi ne ha bisogno» racconta a Le Figaro.

Impiegata in un’agenzia di comunicazione e blogger (racconta con ironia gli ostacoli che una persona con disabilità incontra ogni giorno) parla online della sua idea. Uno dei suoi lettori, Rémi Janot, si appassiona al suo progetto e decide di aiutarla a realizzarlo: «Il mercato dei veicoli per il trasporto dei disabili è in mano ai privati: solo in Francia ce ne sono più di 100mila, ma spesso sono parcheggiati e non utilizzati. Questi mezzi costano un mucchio di soldi: tra i 20mila e i 50mila euro. Anche le aziende che li noleggiano hanno costi alti: da 80 a 180 euro al giorno».

L’idea è semplice: un portale per mettere in contatto  i privati che hanno auto adatte con gli utenti: loro possono guadagnare e le persone con disabilità usufruire di un servizio più economico: 50 euro per tutta la giornata con il portale che trattiene il 30%.

Per cercare i soldi necessari per l’avvio si presenta in banca. Ma gli impiegati non sembrano dare molto credito a una persona in carrozzella: «”Siete sicura che volete un prestito per un’azienda?” mi chiedevano con una punta di sarcasmo. Insomma, ero poco credibile perché in carrozzella».

Ma Charlotte non demorde e sceglie di chiedere aiuto al Web: «La cultura del Web ha fatto cadere le barriere. Ci siamo rivolti a un sito di crowdfunding (Kiss Kiss Bank Bank, ndr) e abbiamo raccolto più di 20mila euro».

Oggi Wheeliz può contare su 120 vetture e 900 persone registrate alla piattaforma. È attivo nelle città di Parigi, Nantes e Bordeaux. E Charlotte pensa di estendere il progetto: «L’obiettivo è di arrivare presto a 500 veicoli ed espanderci partendo dal Canada e dalla Turchia.

https://youtu.be/Q_r1qljtgZA

Fonte: http://millionaire.it/

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Principale normativa italiana contro la Violenza

Verba in questa sessione si ripropone l’obiettivo di sensibilizzare, informare e formare sul tema della violenza contro le donne disabili. Nonostante la peculiarità del tema che trattiamo, non dobbiamo dimenticare che prima di essere donne disabili sono donne, e quindi tutelate dalla normativa italiana che da anni si sta occupando di adeguarsi ai bisogni emersi producendo articoli e leggi specifiche.

Vi proponiamo qui di seguito la principale normativa italiana su la violenza contro le donne

«Norme contro la violenza sessuale»
Legge del 15 febbraio 1996, n. 66
Codice penale:
art. 603-bis (Intermediazione illecita e sfruttamento
del lavoro)
art. 609-bis (Violenza sessuale)
art. 609-ter (Circostanze aggravanti)
art. 609-quater (Atti sessuali con minorenne)
art. 609-quinquies (Corruzione di minorenne)
art. 609-sexies (Ignoranza dell’età della persona offesa)
art. 609-septies (Querela di parte)
art. 609-octies (Violenza sessuale di gruppo)
art. 609-nonies (Pene accessorie e altri effetti penali)
art. 609-decies (Comunicazione al tribunale per i mino
renni)
art. 612-bis (Atti persecutori)
«Misure contro la violenza nelle relazioni familiari»
Legge del 4 aprile 2001, n. 154
«Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile»
Legge del 9 gennaio 2006, n. 7
«Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante mi sure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in
tema di atti persecutori» (c.d. «Legge contro lo stalking»)
Legge del 23 aprile 2009, n. 38
«Attuazione della direttiva 2006/54/CE relativa al principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego»
Dlgs del 25 gennaio 2010, n. 5
«Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita»
Legge del 28 giugno 2012, n. 92
«Attuazione della direttiva 2009/52/CE che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno
è irregolare»
Dlgs del 16 luglio 2012, n.109
«Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno»
Legge del 1° ottobre 2012, n. 172
«Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Istanbul l’11 maggio 2011»
Legge del 27 giugno 2013, n. 77
«Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province»
Legge del 15 ottobre 2013, n. 119

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I misteri della vita

vitaLa vita è strana e ci riserva tante sorprese. Alcune belle, altre brutte, ma tutte ugualmente importanti. Maggiori informazioni

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L’angolo di Dora

Dora Millaci è nata a Liegi il 18 settembre del 1970 da genitori italiani; attualmente vive a Genova. Da 7 anni è malata di Sclerosi Multipla e da 4 osserva il mondo e la vita dalla prospettiva “seduta” della carrozzina.

 

Ho iniziato a scrivere fin da piccola” racconta. “Per lo più favole con la morale. Crescendo, invece, mi sono dedicata a storie di genere avventuroso e giallo.

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Dopo la perdita di mio padre, scomparso prematuramente quando ero ancora una ragazzina, ho iniziato a comporre versi. Forse è stato il mio modo per esorcizzare il dolore. Sta di fatto che non ho più smesso

 

Una passione che l’ha accompagnata fino ad oggi e che l’ha aiutata a relazionarsi con la malattia secondo una prospettiva più rosea e ottimista.

La malattia” dice “non mi ha certo impedito di dedicarmi alla mia passione: scrivere. Anzi, mi ha concesso il privilegio di dedicarmici a tempo pieno, riuscendo ad ottenere brillanti risultati“.

 

Di seguito, alcuni dei suoi scritti, quelli che lei ha voluto condividere con noi. Clicca qui

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Donne…da Nobel!

Quarantatre donne.

Quarantatre storie di vite incredibili, una diversa dall’altra, legate da un unico filo conduttore, quello dell’eccellenza, della tenacia, della passione e della voglia di cambiare il mondo. In meglio. Maggiori informazioni

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Un profumo per ricominciare – Laura Tonatto per Verba

Non è una novità, ma lo è se pensato all’interno di un percorso di approfondimento interiore per aiutare le persone disabili ad avere cura del proprio aspetto. Questo l’obiettivo del progetto “Un profumo per ricominciare” proposto dall’ Associazione Verba, in collaborazione con il Servizio Passepartout della Città di Torino che prevede, attraverso specifici interventi di sollecitazione olfattiva, la creazione di fragranze, essenze e profumi da parte di un gruppo di donne con disabilità diverse, come quelle fisico motorie, di natura oncologica o dovute a lesioni cerebrali.

Il progetto è stato presentato il 29 novembre 2013 dalle 14.00 alle 18.30 presso la sede dell’associazione Verba, a Torino, in via San Marino 10, con la partecipazione del presidio Sanitario Ausiliatrice Fondazione Don Carlo Gnocchi e dell’Associazione AISM. Coinvolta in questa iniziativa Laura Tonatto, creatrice di profumi, che ha realizzato fragranze personalizzate e svolto ricerche per l’abbinamento delle essenze al mondo dell’arte, della letteratura, della musica e del cinema.

Questa attività si inserisce nel repertorio di proposte realizzate dall’Associazione Verba con il progetto della Make-up Therapy finalizzato alla promozione e al sostegno della cura di sé e del proprio aspetto in tutte le persone con disabilità.

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Sarò sempre con te

sempreCerte cose iniziano così, senza un perché. Non c’è una ragione, un motivo logico, eppure avvengono e ci ritroviamo ad essere inconsapevoli protagonisti.
Ero sposata da più di due anni con un uomo meraviglioso, che amavo più della mia vita. Lo stesso era per lui. Volevamo fortemente un figlio. Nonostante tutti i tentativi però, non riuscivo a restare incinta. Il medico diceva di avere pazienza. Eravamo sani ed era solo questione di tempo. Qualcosa però dentro di me scattò. Non conosco i meandri della mente umana e non posso spiegare che cosa avvenne. So solo che pian piano, giorno dopo giorno, vedevo il mondo cambiare. La mia vita stava scemando.
Rimproveravo Alex, mi arrabbiavo con lui dicendogli che non era più l’uomo che avevo sposato. Non era vero. Non mi accorgevo che ero io, a non essere più quella di un tempo. Ero diventata scostante, nervosa, scontrosa. Avevo perso l’appetito e stavo dimagrendo a vista d’occhio. Dormivo fino a tardi e restavo in pigiama tutto il giorno. Ero sempre stanca e mi trascuravo. Non solo mi ero chiusa in casa, non volendo più avere contatto con nessuno, neanche con le amiche. Cosa più grave, mi ero chiusa in me stessa. In un mutismo che nessuno riusciva a scalfire. In poche parole, avevo perso la voglia di vivere. Mio marito era molto dolce e comprensivo. Passava notti intere a tenermi la mano, che restava chiusa a pugno. Non lo volevo nel mio mondo. Sì, mi ero costruita una nuova dimensione dove vivere. Un luogo nel quale, pensavo di star tutto sommato, bene.
Quando dovevo affrontare la realtà, avevo forti crisi di pianto. Mi sentivo debole, insicura, incapace di fare qualsiasi cosa. Che vita era questa? Una non vita. Mi trascinavo dalla mattina alla sera, desiderosa solo di chiudere gli occhi. Non potevo andare avanti in questo modo. Non vedevo però, alcuna soluzione. Non c’era rimedio. Ero precipitata in un baratro profondo. Il buio, aveva avvolto ogni cosa. Non volevo che mio marito soffrisse più per me e così, presi la decisione.

L’unica possibile e risolutiva. Era l’ora di pranzo, quando mi recai al molo. Sapevo che non ci sarebbe stato nessuno. Avrei chiuso gli occhi e questa volta per sempre. Mi fermai sul bordo della banchina a guardare l’acqua sotto di me. Nessun pensiero attraversò la mente. Lo stesso vuoto che abitava nella mia anima. Respirai profondamente, lasciando cadere la borsa dalle mani e mi sporsi avanti. Sentii il mio corpo perdere l’equilibrio. Dopo il nulla. Avevo finalmente trovato la pace. Intorno, tutto era silenzio e quiete. Un dolore lancinante alla gamba destra, mi riportò alla realtà. Aprii gli occhi. Mi trovavo al pronto soccorso. “Si è svegliata!” esclamò sorridente una ragazza al mio fianco. “Che cos’è successo?” domandai confusa. “Il mio cane le è saltato addosso. Ha perso l’equilibrio ed ha battuto la testa, perdendo i sensi e… credo abbia una gamba rotta”. La giovane era visibilmente dispiaciuta. Non era possibile! Cos’era questo, uno scherzo del destino? Mio marito mi raggiunse e dopo qualche ora, potei lasciare l’ospedale. Stavo bene, tranne la gamba, che mi fu ingessata dal ginocchio in giù. La sconosciuta, era rimasta sempre al mio fianco e si offrì di farmi compagnia, nei giorni a seguire. Si sentiva in colpa per quello che mi era capitato. Lei non sapeva però, che con quel gesto, mi aveva salvato la vita. Alex fu felice della sua proposta. “Mia moglie ultimamente, ha qualche problema di comunicazione” abbassò gli occhi e continuò “E’ un brutto periodo per lei. “Vedrà che passerà” rispose la ragazza speranzosa..

“Mi chiamo Kate”. La guardai seria senza rispondere. Kate, parlò per tutto il tragitto. Era decisamente loquace, aperta e molto allegra. Esattamente il mio contrario. Trascorrevamo le giornate assieme. Kate era dolcissima e mi costringeva con modi garbati a guardare un mondo che io, non pensavo esistesse più. “E’ una stupenda giornata!” esclamava aprendo la finestra della mia camera “Il sole è alto nel cielo, gli uccellini cantano e noi faremo un bel giro nel parco”. Alex aveva preso una sedia a rotelle con la quale, potermi spostare più comodamente. Era così tutte le mattine. Non la sopportavo. Chi era? Che cosa voleva da me? Perché non mi lasciava in pace. Tirava fuori dall’armadio, i vestiti più colorati. Accendeva la radio e cantava, mentre mi aiutava a prepararmi. La odiavo. Durante le nostre uscite, non faceva altro che parlare. Io al contrario, ero sempre chiusa nel mio ermetico silenzio. Elogiava la bellezza d’ogni cosa che vedeva. Si meravigliava scoprendo un fiore cresciuto sfidando il cemento. Era sempre sorridente. Mi parlava del suo futuro e di quello che

avrebbe fatto. Mi diceva che ogni attimo era prezioso e che per questo, andava vissuto intensamente.
Erano trascorsi quasi dieci giorni, quando una mattina, aprendo gli occhi, mi accorsi che aspettavo il suo arrivo. Quella ventata di positività, mi aveva contagiata. Non so in quale modo, ma era riuscita a far cadere il muro che avevo innalzato. Cominciai ad aprirmi. A parlare. Fino a che un giorno, risi di gusto. Ero stata travolta dalla sua voglia di vivere. Mi aveva trascinata nella sua dimensione. Era bellissima. Continuammo a frequentarci anche dopo la mia guarigione. Andavamo in giro per la città e ci divertivamo come matte.

Quella spensierata ragazza dai grandi occhi verdi, senza saperlo aveva compiuto un piccolo miracolo. Mi aveva restituito alla vita. Ero tornata me stessa. Le cose con Alex erano migliorate. Ripresi a fare la moglie e lui era felicissimo. Eravamo di nuovo una coppia serena. “Devo partire per un viaggio” mi disse un giorno durante una delle nostre passeggiate. “Dove vai di bello?” “E’ un segreto” rispose ridendo. “Quando torni?” “Non lo so.
Tu però non devi essere triste, perché io sarò sempre con te.
Il mio pensiero ed il mio cuore, ti terranno compagnia”.
Quelle parole risuonarono in maniera strana.
Lei però era così tranquilla, che non diedi peso alla cosa.

Un giorno sperando fosse tornata dal viaggio, l’andai a trovare.
Avevo una fantastica notizia da darle.
Suonai il campanello.
Mi aprì sua madre. –
“Buongiorno signora, Kate è tornata? La donna s’incupì.

Aveva il viso tirato e gli occhi gonfi. Mi fece accomodare in sala. “Immagino tu non sappia niente. E come potresti… non so come dirtelo” sospirò profondamente “ Kate, ci ha lasciato”. Restai in silenzio, non volendo capire: “Che cosa vuol dire?” Gli occhi le si riempirono di lacrime. Più cercava di asciugarle dal viso e più scendevano. Le presi le mani “Che cos’è successo?” “Kate è morta. Era molto malata e sapeva che non avrebbe visto un altro inverno”. “Malata!” ripetei urlando e scattando in piedi. “Aveva un cancro. Era in fase terminale”. “Com’è possibile? Non si è mai lamentata una volta. Non ne ha mai parlato. Era sempre così allegra…” “Questa era Kate” disse sua madre “Fino all’ultimo, ripeteva di stare tranquilla, perché lei sarebbe stata bene”.
Mi girava la testa.
Non mi ero mai accorta di nulla.
Lei, che sapeva di dover lasciare questo mondo, non provava rabbia o frustrazione. Era sempre piena d’amore per tutti. Amore per quella vita che l’aveva tradita.

Uscendo restai un attimo davanti al portone.
Mi portai la mano destra al grembo ed alzai gli occhi al cielo.
“Questa bambina porterà il tuo nome. E’ anche grazie a te, se adesso è qui e potrà ammirare questo mondo meraviglioso che tu, mi hai fatto scoprire”.
Avviandomi verso la macchina, sentii un’impercettibile carezza al viso.
Ne ero certa.
Così come mi aveva promesso, era accanto a me.

DiSabahe Irzan

Il dolore nascosto

dolore-nascostoLa sala era gremita. Feci un lungo respiro ed entrai, con lo sguardo fisso sulla sedia che avrei dovuto occupare.  Maggiori informazioni