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DiSabahe Irzan

Nulla sulle donne con disabilità, senza le donne con disabilità

Nel 2016 il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha richiamato l’Italia per la mancanza di misure rivolte alle specifiche esigenze delle donne con disabilità, raccomandando che la prospettiva di genere venisse integrata nelle politiche per la disabilità e che la disabilità stessa venisse incorporata nelle politiche di genere. In tale àmbito, una pietra miliare, prodotta in seno al Forum Europeo sulla Disabilità, è il “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea”, oggi disponibile in italiano, grazie al Centro Informare un’H Maggiori informazioni

DiSabahe Irzan

Sclerosi multipla: ritornare alla vita di sempre è stato difficile

Oggi pubblichiamo il terzo capitolo della storia di Giulia, che ci racconta com’è cominciata la sua convivenza forzata con lei, Samantha (così chiama la sclerosi multipla). Se non avete letto gli «episodi» precedenti, potete trovarli qui

Il dramma ebbe inizio proprio dopo le dimissioni ospedaliere, quando sapevo di dover riprendere la vita di tutti i giorni. La vita, quell’infame, non aspetta certo che tu riprenda fiato! Ritornare alla mia vita quotidiana fu uno dei momenti più difficili, uno ma non l’unico, ahimè.

Mi sentivo trascinare dalla corrente degli eventi, incapace di nuotare e, in più occasioni, sull’orlo di annegare.

 

Difficile ritorno alla vita sociale

Il mio ritorno alla vita sociale mi pose molte volte in una situazione di disagio facendomi pensare che forse non ne valeva la pena, facendomi chiedere il perché di questo necessario ritorno ai rapporti sociali. Sentivo da un lato la necessità di lasciar perdere, di tirarmi indietro, di lasciarmi risucchiare da questa sensazione di soffocamento che vivevo, ma allo stesso tempo sentivo che una parte di me non voleva arrendersi, non voleva darla vinta a lei, Samantha la mia sclerosi multipla. Si sa che lei è una tipa tosta, ma anche io non scherzo se mi impunto!

Ero costantemente in allerta, non mi fidavo assolutamente di Samantha: avevo paura che potesse cogliermi in contropiede facendomi uno sgambetto che mi avrebbe portata a terra rendendomi ridicola davanti a tutti, oppure scuotendomi spasmodicamente facendomi tremare.

Tremare mi infastidisce parecchio, soprattutto quando è visibile anche a chi mi sta intorno e che, per questo, spesso me lo fa notare con frasi del tipo: «Stai tremando?», oppure «Perché tremi?». In quei momenti vorrei rispondere a tono, vorrei dire loro di farsi una barcata di cavoli propri e, invece, mi trovo di solito a replicare con un semplice «ho freddo» o «sono agitata».

 

Come faccio a dirlo agli altri?

A dirla tutta in realtà non sono le persone ad innervosirmi, ma è Samantha. Mi da proprio sui nervi. Come faccio però a dirlo agli altri? Come glielo spiego? E davanti a queste domande scelgo più semplicemente di tacere, evitando di espormi troppo. In ogni caso, al di là delle ansie iniziali che hanno seguito il mio ritorno alla vita, mi sono pian piano resa conto che la nostra convivenza, seppur tesa, non mi dava particolari grattacapi. Finalmente aveva smesso di tenermi sempre per mano e si affacciava curiosa al mio mondo per capire che tipo di persona fossi. Lei restava comunque un’ospite indigesta che la maggior parte delle volte nascondevo davanti ai miei amici. Alcuni di loro non sanno ancora della sua esistenza.

Era difficile presentarla a chi mi conosceva perché avevo paura che potesse mettersi al centro dell’attenzione col suo fare egocentrico e che quindi le conversazioni puntassero tutte a lei. Volevo assolutamente evitare che ciò avvenisse perché temevo in particolare che la sua ingombrante presenza potesse spingere qualcuno ad allontanarsi da me.

Insomma, rappresentava a tutti gli effetti un problema e, mio malgrado, quando si tratta di Samantha tendo sempre a rimandare il momento dell’affronto. In fondo si sa che quando una persona dice: «poi lo faccio», in realtà non lo farà mai.

 

Ho iniziato a parlarne con pochi

Inizialmente cominciai a parlare di lei solo a pochi eletti che in qualche modo capirono il mio stato d’animo e che ad oggi mi domandano come procede la nostra convivenza forzata, se mi infastidisce disturbandomi, oppure non dicono e non chiedono nulla limitandosi semplicemente ad essere presenti tutte le volte che ho voglia di metterli al corrente di alcuni sviluppi.

In quel periodo mi fu sicuramente d’aiuto confidarmi e aprire le porte della mia vita a persone con le quali mi sento in sintonia e che so volermi bene, anche se sto ancora oggi facendo dei piccoli passi in tal senso. Vivo nella mia fortezza e a volte faccio fatica a sollevare subito quel ponte levatoio che separa il mio mondo da quello degli altri. È faticoso e fa paura. Come si dice, pur con tutta la buona fede che riponi verso le persone che tiri dentro la tua realtà, non sai mai come possono comportarsi a casa tua.

Questa convivenza forzata mi fece via via rendere conto di non avere più il controllo sulla mia vita e questo mi destabilizzò parecchio. Ero piena di insicurezze e di paure ed è solo con grande fatica che sono riuscita a risalire quel pozzo in cui ero sprofondata e a riprendere in mano la mia vita.

Tutte le volte che affronto una difficoltà, nonostante il tempo più o meno lungo che impiego a uscirne, quando ne esco, perché ne esco (fortunatamente), è come se dovessi ricominciare da capo.

Mi sento un po’ come quando si gioca ad un videogioco e dopo il game over hai una vita in più per continuare la partita. Quindi, RESTART!

Fonte: www.giovanioltrelasm.it

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Sempre belle: lo Zonta Club pronto a contribuire per le parrucche destinate alle pazienti oncologiche

Un contributo economico e un supporto concreto per quelle donne in chemioterapia decise a mascherare con una parrucca la possibile perdita dei capelli. Per il prossimo biennio lo Zonta Club Alessandria ha deciso di preservare l’autostima di quelle pazienti oncologiche costrette a fare i conti con la perdita di capelli. Ad Alessandria ogni anno sono circa 400. “E’ un effetto collaterale dei farmaci che non è grave di per sé ed è sempre reversibile dopo la fine delle terapie. Tuttavia” ha sottolineato il dottor Gianmauro Numico, direttore del Dipartimento Internistico Strutturale “costituisce sempre un cambiamento significativo del proprio corpo, dell’immagine che la donna ha di se e in molti casi influisce in modo determinante sulle relazioni familiari e sociali. La caduta dei capelli va così ad aggiungersi alla sofferenza per una diagnosi difficile e per un percorso di cura attraversato da mille problemi. “Ecco perché l’iniziativa di Zonta Club Alessandria a favore delle donne che ricevono un trattamento chemioterapico è un segno di attenzione e di delicatezza di grandissimo valore. Rappresenta il messaggio, come dice il titolo dell’iniziativa, che si può non smettere di essere belle anche in un momento così travagliato; che la cura del proprio corpo è importante ed è in grado di restituire alla donna dignità, senso di appartenenza alla comunità. E’ il segno dello stringersi intorno a chi vive questa esperienza perché si possa sentire meno sola, più attrezzata ad attraversare il percorso di cura.”

Zonta Club Alessandria interverrà economicamente con un contributo del 30-50% sull’acquisto di una parrucca, realizzata e modellata su indicazione della paziente stessa dai professionisti di Vi.Ro, l’accademia per acconciatori di Via Milano 21.

A entrare per prime in contatto con le pazienti saranno le volontarie dell’Associazione Bios, Donne operate di tumore al seno, impegnate ogni mattina al day hospital per offrire la colazione e soprattutto un sorriso alle ospiti del reparto. Proprio in quel frangente le volontarie parleranno alle donne del progetto invitandole a voler aderire.

Grazie alla sua onlus “Le Rose Gialle di Alessandria” Zonta Club Alessandria propone anche un’alternativa alla parrucca: la bandana o il foulard. C’è anche la possibilità di ritirare da Bios o VI.RO un foulard omaggiato da Zonta in cambio di una piccola donazione alla onlus al fine di poter continuare a sostenere il service “Sempre belle” fino a giugno 2018”. Da questa esperienza vuole nascere anche ad Alessandria la “Banca della Parrucca” e sarà Bios a portarla avanti, la conservazione delle parrucche e il loro riutilizzo per altre donne.

Il servizio “Sempre belle” sarà attivo da fine gennaio  rivolgendosi alle volontarie di Bios, attive tutte le mattine presso il padiglione Fiandesio. Chi volesse contribuire al progetto può fare una donazione (deducibile dalle imposte) a: Le Rose Gialle di Alessandria onlus, iban  IT55 K031 5801 600C C101 0041 830 indicando come causale “sempre belle”.

Fonte: www.radiogold.it

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I valori vanno testimoniati

«Per cambiare la mentalità che sta dietro a fenomeni come la violenza sulle donne con disabilità, e sulle donne in genere, è necessario – scrive Renata Sorba – che tutti si impegnino ad educare a un atteggiamento di ascolto e confronto, partendo da dentro le nostre case, dal contesto familiare, via via a tutti i contesti sociali che abitiamo. I valori vanno testimoniati, se si vogliono trasmettere. Primo fra tutti il rispetto per la vita e per le persone. Così si promuove cultura. Cultura dell’inclusione, delle pari opportunità, della non violenza»

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“Scrivo per far comprendere che chi è disabile non è inutile”

Paola Cattelino, 53 anni, racconta del suo ultimo libro intitolato «Lettera a me stessa». Maggiori informazioni

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La pioniera della medicina di genere: ” così ho ‘scoperto’ il cuore delle donne”

Le femmine non sono uomini in miniatura: è lo slogan che ha cambiato la storia. In ospedale Maggiori informazioni

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“Down to X Jabelle”, la moda ispirata ai Maya della stilista con sindrome down

Isabella Springmuhl è nata in Guatemala, ha 19 anni e tutta la vita davanti a sé. Quarta e ultima figlia, ha la sindrome di Down e ha vissuto fin da piccolissima nel mondo della moda. Sua nonna e le sue zie avevano un atelier a conduzione familiare e lì, muovendo i primi passi tra stoffe e tessuti, ha focalizzato il suo sogno, che ora ha realizzato: quello di diventare una stilista. Vive nella Città di Guatemala e la sua famiglia è dalla prima ora nella Fundacion Sindrome Down Margarita Tejada, nata nel 1998 da dieci madri che si sono associate per garantire e promuovere una vita di qualità ai propri figli con trisomia 21. Nella primavera del 2016 Isabella ha partecipato alla Fashion Week di Londra e a Roma, lo scorso mese di ottobre, ha realizzato con l’Ambasciata del Guatemala alcune presentazioni del suo lavoro nell’ambito del progetto “Sogni – Del tamaño de tu sueños así serán tus logros” del gruppo artistico Guatemala es Guatemala. Si racconta in una lunga intervista pubblicata nel numero di dicembre del magazine SuperabileInail.

Com’è nato il suo sogno di diventare stilista?
Mia madre mi racconta che ho avuto sempre la passione per disegnare modelli, avevo tantissime bambole e lei mi comprava dei tessuti così le potevo vestire. Quando ero molto piccola, grazie a mia zia che aveva un atelier con mia nonna, ho partecipato a una sfilata con i miei primi disegni.
Come si chiama il suo marchio e perché gli ha dato questo nome?
“Down to X Jabelle” è il simbolo di quello che io sono, una ragazza con sindrome di Down piena di vita e di energia. Nelle mie creazioni ci metto tutto il mio cuore e la mia passione, sulle etichette infatti c’è scritto “fatto a mano con amore”.
Ha finito le scuole dell’obbligo?
Sì, mi sono diplomata a giugno in una scuola normale. In Guatemala i ragazzi come me vanno a scuola con tutti gli altri, ma quando sono andata a iscrivermi all’università, perché volevo fare un corso di moda, sono stata rifiutata.
Come ha vissuto questo rifiuto?
Sono stata molto triste, la cosa mi ha devastata. Il mio progetto di vita, quello di diventare stilista di moda, si è come arrestato, non si poteva più realizzare. Poi non mi è importato più, mi sono iscritta a un’accademia privata di moda in cui mi sto formando e sto imparando tante cose per fare meglio il mio mestiere.

Cosa sta apprendendo?
Sto imparando a fare diverse cose pratiche come cucire e lavorare a macchina, tessere e usare le varie macchine da sartoria. È in questo modo che posso crescere, crescere e ancora crescere. Questo è il primo anno che studio lì.
Che tipo di abiti realizza?
Abiti ispirati ai modelli tipici della civiltà Maya ma pensati come capi moderni. I pezzi che realizziamo sono unici, i miei vestiti sono pieni di colori, pon pon e fiocchi. Metto delle cose appariscenti e il simbolo del peace and love (pace e amore). I colori dei costumi tipici sono grigio e nero, come il primo vestito che ho realizzato, ma poi io li riempio di colori, danno allegria.
E che materiali usa per fare i suoi abiti?
Ogni capo è realizzato con stoffa vergine tessuta a mano che poi facciamo tingere con colori ecologici. In ogni passaggio paghiamo il giusto a chi lavora per noi, in modo da aiutare tutta la comunità.

A quali modelli si ispira per realizzare i suoi capi?
Per realizzare i miei disegni studio molto, guardo riviste, copio e fotocopio quello che mi piace di più e poi lo replico a mia fantasia. Disegno su dei modelli nudi di figura umana, lavoro vendere tutti i prodotti con un catalogo. Il mio sogno è avere una mia fabbrica dove produrre i miei vestiti su larga scala.
Qualcuno le ha già chiesto di realizzare i suoi vestiti su scala industriale?
Tempo fa abbiamo partecipato a una fiera degli esportatori di prodotti fatti a mano in Guatemala e abbiamo preso vari contatti di persone che chiedevano molti pezzi, ma ancora nessuno ha fatto un ordine vero e proprio. Probabilmente potremmo fare molti pezzi con una molto alle mie creazioni, se è un disegno facile ci metto una settimana a finirlo, se è difficile due o tre settimane.
Cosa le piace realizzare maggiormente?
Mi piace fare tutto, a me piace disegnare vestiti, bluse, abiti, scarpe, borse e pantaloni, tutto!

Riesce a vendere quello che realizza? Sogna un suo brand che venga realizzato su scala industriale?
Attualmente non abbiamo un negozio, vendiamo le cose online, ma stiamo lavorando per realizzare un sito dove scelta sulla gamma di colori e di materiali, sempre però a mano.
Come si presenta il suo atelier?
Sì, ho un piccolo atelier nella mia città dove ci sono delle persone che mi aiutano a realizzare le mie creazioni. Ci sono la sarta, la cucitrice e poi un gruppo di donne, che fanno parte di una cooperativa di microcredito per persone in difficoltà, che si occupano dei lavori più faticosi.
Le piace essere utile, nel suo piccolo, alle persone che vivono nel suo Paese?
Sì, sono felice di lavorare con loro perché so che, con quello che fanno per me, riescono a guadagnare un salario che le aiuta a vivere. Per un progetto in particolare ho mandato il materiale in Tecpan (una regione del Guatemala che ha vissuto una guerra molto dura e dove oggi vivono moltissime vedove, ndr) e 25 donne hanno avuto la possibilità di lavorare, è una cosa di cui vado molto fiera.

Chi è Isabella oltre la moda?
Sono una ragazza come le altre, mi piace cantare, adoro l’Opera che ascolto con passione. A Roma sono andata a vedere la Turandot, è stato bellissimo. Pratico molti sport, ballo, vado a cavallo, faccio zumba e tennis. Ogni giorno sono occupatissima.
Che rapporto ha con la sua famiglia?
Vivo e realizzo i miei sogni grazie a loro. Li adoro, mi appoggiano, mi aiutano, sono veramente fortunata. Sono la quarta e ultima figlia, nata dodici anni dopo il terzo, ho cinque nipotini e sono circondata di attenzioni e affetto.
Quali sono i suoi sogni per il futuro, oltre la realizzazione professionale?
Lavorare mi permette di guadagnare e di essere autonoma. Con i soldi avanzati dalle paghe ai lavoranti dell’atelier esco con i miei amici, mi compro ciò che voglio. La mia aspirazione è quella di andare a vivere da sola.

Fonte: www.redattoresociale.it

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Foto di affascinanti donne disabili nel calendario benefico Boudoir disability

Ritrarre una donna disabile in lingerie, nella sua stanza da letto, all’interno del suo boudoir “per mettere al centro l’unicità di una donna con disabilità, abbattendo pregiudizi e discriminazioni verso l’handicap. Come sostiene la fotografa Micaela Zulianila femminilità è un modo di sentirsi, un saper essere, che parte da un’accettazione profonda e non da una perfezione superficiale. Il progetto innovativo e coraggioso di Micaela, aveva avuto risonanza già nel corso del 2016, con le sensuali fotografie della bloggerValentina Tomirotti, che erano state pubblicate anche su Vanity Fair, mentre Valentina è stata ospite in Rai e in vari eventi pubblici. Ora la fotografa, che è titolare del brand Portrait de femme, ha deciso di continuare con i suoi scatti intensi ed originali.

Le fotografie delle donne disabili, che hanno partecipato ai suoi set fotografici in lingerie, sono stati inseriti in un calendario del 2017, che è stato messo in vendita a 5 euro. L’intero ricavato dell’operazione, sarà devoluto all’associazione Fondazione Mantovani Castorina onlus dedicata alle persone con grave disabilità intellettiva e neuromotoria.  Per aderire all’iniziativa è sufficiente inviare una mail a info@portraitdefemme.it con oggetto calendario benefico. Io ho già aderito!

Fonte: lastampa.it

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Stupri: rischio doppio di subirli per le donne disabili

La Giornata contro la violenza sulle donne è passata, ma non sono tramontati i rischi, soprattutto per chi si trova in condizioni di limitazione fisica o psicologica. I numeri di un universo che troppo spesso sfugge all’attenzione

Un interessante approfondimento sul rischio di subire violenza da parte delle donne disabili è stato realizzato da Superando in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un’occasione importante per prendere coscienza di un fenomeno drammatico quanto sommerso, particolarmente odioso perché si rivolge contro chi ha minori messi di difesa. Secondo il rapporto Istat di giugno 2015 in cui si erano raccolti i dati relativi alla violenza di genere sulle donne italiane, ben 6 milioni 788 miladonne sono state vittime nel corso della loro vita di almeno un episodio di violenza. Ma la cosa più allarmante è che, delle donne con disabilità, ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36%di chi è in cattive condizioni di salute e il36,6% di chi ha limitazioni gravi. Si stima che il rischio di subire stupri o tentati stupri sia doppio per le donne disabili (10% contro il 4,7% delle donne non disabili).

Un piccolo sondaggio locale serve a dare un’idea della diffusione di questa piaga. In base ai dati forniti dal Centro Antiviolenza di Padova, nel periodo 1 gennaio – 31 ottobre 2016 sono state accolte 10 donne con disabilità. Di queste, 4 avevano un’invalidità al 50%, 2 un’invalidità al 100%, e le altre, il cui grado di invalidità non era rilevato, avevano disabilità di vario tipo. Tutte queste donne sono state vittime di violenza psicologica e fisica. «È significativo che in una città come Padova (che conta poco più di duecentomila abitanti), in meno di un anno si siano recate ad un centro antiviolenza ben 10 donne con disabilità», nota Superando, «segno che la violenza c’è e serpeggia anche e soprattutto a danno delle donne in condizione di maggiore debolezza. Sono state dieci, ma – vien da pensare – chissà se nel silenzio ce ne sono altre che si nascondono o non possono gridare la loro sofferenza». Altro dato importante, infatti, che ci viene dall’Istat, è che solo nel 10% dei casi la donna disabile denuncia. Oltre alla violenza fisica, sessuale o psicologica perpetrata dai loro partner o familiari, le donne disabili possono quindi essere costrette a subire anche la violenza quotidiana dell’indifferenza della gente.

Può anche succedere – conclude l’articolo – che la donna disabile sia cosciente degli abusi di cui è vittima, ma che lasci fare perchè non vuole o teme di contraddire il suo “assistente”. Nella maggior parte dei casi, infatti, colui che perpetra l’aggressione ai danni della donna disabile è quasi sempre il suo caregiver. Può essere il compagno o il marito che non accetta la disabilità della sua donna o che la usa come un giocattolo per divertirsi un po’, oppure possono essere il padre, lo zio, il cugino, che si prendono cura di lei, la assistono quotidianamente ma nel silenzio della casa la stuprano, la violentano o la insultano. In tutti i casi occorre denunciare: il numero di emergenza 1522 dellaRete Nazionale Antiviolenza è multilingue ed attivo 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno. Fornisce una prima risposta alle vittime e sostiene l’emersione della domanda di aiuto, consentendo alle stesse un graduale avvicinamento ai servizi con l’assoluta garanzia dell’anonimato

Fonte: www.vita.it

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Città della Salute. Inaugurato il nuovo Day Hospital oncologico centralizzato della Breast Unit

Inaugurato il nuovo Day Hospital oncologico centralizzato della Breast Unit della Città della Salute di Torino. 18 nuovi posti di Day Hospital, nuovissime tecnologie per un costo complessivo di circa 80mila euro, e un team di professionsti dedicati alla donna per seguirla dall’inizio alla fine del proprio percorso terapeutico. Il tutto condito con una base di umanizzazione degli ambienti, con la stanze decorate con colori arcobaleno e disegni legati alla natura.

“Nel nostro Paese – ricorda la Città della Salute nella nota che illustra il nuovo Day Hospital oncologico – vivono più di 522mila donne con tumore del seno. 48mila sono i nuovi casi diagnosticati ogni anno, dei quali oltre 3mila solo in Piemonte. Considerando l’intera popolazione, escludendo i carcinomi della cute, per incidenza il tumore in assoluto più frequente è quello della mammella (14%), seguito dal tumore del colon retto (13%), della prostata (11% solo nel sesso maschile) e del polmone (11%). I 5 tumori più frequentemente diagnosticati tra le donne sono il tumore della mammella (29%), il tumore del colon-retto (13%), il tumore del polmone (6%), il tumore della tiroide (5%) e quello del corpo dell’utero (5%). Il cancro della mammella rappresenta il tumore più frequente tra le under 50 (41%), nella classe d’età compresa fra 50 e 69 anni (35%) e nelle over 70 (21%)”.
La sopravvivenza è aumentata nel corso del tempo e cambia, migliorando, man mano che ci si allontana dal momento della diagnosi. È particolarmente elevata la sopravvivenza dopo un quinquennio proprio in tumori frequenti come quello del seno (87%). “Merito soprattutto della maggiore adesione alle campagne di screening, che consentono di individuare la malattia in uno stadio iniziale, di Centri specializzati come quello di Città della Salute e della maggiore efficacia delle terapie. Molti tumori potrebbero, infatti, essere prevenuti o diagnosticati in tempo se tutti adottassero stili di vita corretti ed aderissero ai protocolli di screening e diagnosi precoce”, si evidenzia nella nota.

“Il tumore al seno è una patologia che coinvolge in modo totale la donna in tutti i suoi ruoli, nella sua stessa identità e femminilità. Per questo abbiamo voluto creare un luogo pensato per lei e per la sua presa in carico a 360 gradi – dagli aspetti sociali a quelli psicologici e relazionali – nell’ottica di una reale umanizzazione delle cure” affermano i capofila di questo progetto, il dottor Libero Ciuffreda ed il dottorMario Airoldi, rispettivamente Direttore di Oncologia 1 e di Oncologia 2, afferenti al Dipartimento Oncologia della Città della Salute di Torino, diretto dal professor Umberto Ricardi.

Decidere di attivare un servizio unificato, dal punto di vista logistico ed organizzativo – in via Cherasco 23 – destinandolo a tutte le pazienti prima seguite nelle tre diverse sedi (in parte al Sant’Anna, in parte al Day Hospital di Airoldi ed in parte presso la Struttura diretta dalla dottoressa Michela Donadio), “da un lato permetterà di evitare sprechi ed inefficienze, dall’altro lato consentirà di curare e trattare al meglio le donne piemontesi”, spiega la nota della Città della Salute. Che prosegue: “Oggi, infatti, a fianco di terapie sempre più complesse e mirate che consentono di raggiungere risultati insperati fino a pochi anni fa – come una sopravvivenza intorno all’85% dei casi – si sta diffondendo un approccio multidisciplinare al trattamento della donna”.

La diffusione sul territorio di centri di senologia o Breast Unit, si ricorda nella nota, “è il risultato della delibera regionale nell’ambito del Dipartimento della Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta, prima in Italia a definire i centri di riferimento per tutte le patologie oncologiche. Dalla diagnosi al follow up, il Centro di senologia prevede la presa in carico di tutti i bisogni fisici e psicologici della donna affetta da una patologia complessa come il carcinoma mammario, grazie ad un team di specialisti dedicati, secondo i più alti standard europei, nell’intero percorso di malattia”.

Una riorganizzazione, dunque, che oltre ad rispondere a una crescente richiesta di servizi in quest’ambito, è soprattutto il frutto di un ripensamento complessivo sulla patologia e sul rapporto che deve esserci tra medico e paziente. “Le modalità di cura non vengono più considerate solo dal punto di vista delle esigenze aziendali, ma l’iter terapeutico, anche nei suoi aspetti ambientali, è rivolto alle esigenze della paziente, per semplificare ed in qualche modo ‘alleggerire’ il suo percorso di cura  – confermano Airoldi e Ciuffreda. “Un’unione di competenze e figure che non può prescindere dalle Associazioni di volontariato (RAVI- Ricominciare a Vivere-; GADOS, Gruppo Assistenza Donne Operate al Seno; ANDOS, Associazione Nazionale Donne operate al seno), che condividono la quotidianità dell’iter terapeutico delle pazienti supportandole in ogni momento, e naturalmente delle infermiere, a garanzia di una continuità assistenziale alla paziente che, dopo l’intervento chirurgico, deve affrontare una fase molto critica nel percorso della malattia”.

Ripensare l’approccio alla patologia significa anche considerare che più di 8 donne su 10 potranno pensare ad una vita libera da malattia e quindi è necessario avere una visione globale della vita complessa, ma lunga, di queste donne, focalizzandosi ovviamente sugli aspetti di cura e sempre più sul corretto stile di vita da seguire. “All’interno di questa nuova struttura – proseguono i due clinici – è possibile infatti seguire corsi sull’alimentazione e sull’attività fisica; su quello stile di vita sano che dovrebbe essere proprio di tutte le pazienti ed è fondamentale in tutti i tipi di tumore, ma soprattutto in questo. La donna vive la patologia mammaria con un profondo e comprensibile turbamento relativo anche all’aspetto estetico: impostare già durante le cure un progetto di vita post-trattamento e poter offrire questo servizio nello stesso ambiente in cui viene sottoposta alla terapia rappresenta ovviamente un valore aggiunto importantissimo, soprattutto se questo ambiente si presenta piacevole, colorato ed accogliente” concludono i medici.

Fonte: www.quotidianosanita.it