Associazione Verba

Archivio degli autori redazione

Diredazione

Duckworth sbarca al congresso: la prima donna senza gambe eletta

donnaTammy Duckworth non ha mai sostenuto la guerra in Iraq pensando che questa fosse il peggior esempio di imperialismo americano.

Forse era il suo sesto senso a parlare perchè nel 2004, proprio nell’ambito del sanguinoso conflitto che tenne il mondo con il fiato sospeso, pilotando un elicottero di ritorno da Baghdad ha perso entrambe le gambe. Oggi cammina con due protesi di titanio.

Ma non è questa la notizia.

La buona nuova è che Tammy, nel giorno che conferma il presidente alla Casa Bianca per un secondo mandato, ha vinto il seggio che rappresenta il suo stato, l’Illinois, nel Congresso degli Stati Uniti.

Nata nel 1968 a Bangkok, in Thailandia, Tammy si laurea in scienze politiche ma è anche riservista della Guardia Nazionale. Col tempo, diventa pilota di elicotteri e nel 2004 viene richiamata per la guerra in Iraq.

Il seguito è noto, perché balzò sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo.

Un ribelle iracheno a tutta velocità, un’esplosione, un boato e poi il silenzio.

“Non è stato un incidente, non c’è stata nessuna casualità, un incidente è quando due macchine si scontrano per errore: io invece sono stata abbattuta, tirata giù, sono stata colpita da un razzo” si legge nel libro La fortuna non esiste scritto nel 2004 dal giornalista Mario Calabresi.

Tammy perse così entrambe le gambe ed anche la funzionalità di un braccio è tuttora molto compromessa. Ma è sopravvissuta.

“Faccio un party ogni anno perché sono ancora viva; il destino di un pilota di elicotteri che viene colpito è quello di morire bruciato” ha confidato al giornalista “e poi non potevo permettere ad un ribelle iracheno che aveva avuto il suo giorno fortunato, di decidere anche del resto della mia vita. Si era già preso le mie gambe non poteva prendersi anche la possibilità che io tornassi a camminare, volare o ridere. Quel potere non potevo lasciarlo a lui, lo volevo io, e così un giorno alla volta ho riconquistato la mia esistenza”.

L’allora senatore Barack Obama l’ha conosciuta proprio nel periodo immediatamente successivo all’incidente durante una visita all’ospedale Walter Reed, dove era ricoverata per essere sottoposta alle lunghe terapie e ai tanti interventi.

Oggi cammina con due protesi in titanio ed è grazie a quelle che andrà a sedersi nel seggio riservato al suo stato, l’Illinois.

Anche nel 2006 si era candidata al Congresso ma era stata battuta dai repubblicani che la definirono poco patriottica e la accusarono di

non essere un vero eroe di guerra perché i veri eroi non fanno vanto della loro condizione.

La verità è che Tammy non è un eroe di guerra, è una persona disabile che, come tutti, convive e si scontra con le difficoltà.

E’ una persona che, come molte altre, è diventata famosa suo malgrado, per un evento degno delle prime pagine di cronaca nera.

Ha saputo non solo mettersi in gioco, ma anche mettersi concretamente al servizio degli altri: ci è riuscita, aggiudicandosi il seggio del suo stato diventando, così, la prima veterana invalida di guerra ad essere eletta.

La speranza è che per i prossimi anni, Tammy sia un monito per i politici americani che sostegono e caldeggiano il ricorso alle armi.

La presenza di Tammy, che rimanda inevitabilmente al significato della guerra, sarà un totem vivente ed anche, speriamo, un inno alla pace.

Per Associazione Verba

Giada Morandi

Diredazione

Sex&the City a rotelle: reality o no?

E’ datata 4 giugno 2012 l’uscita in America della nuovissima docu-serie <, in onda sul canale specializzato in cinema indipendenteLa particolarità è nel fatto che le protagoniste sono in carrozzina, Auti Angel, Mia Schaikewitz, Tiphany Adams e Chelsie Hisex an the citysono donne indipendenti, che non hanno subito la propria disabilità, ma l’hanno fatta diventare un motivo di forza. Guidano, sono atletiche e non hanno problemi a rispondere a domande imbarazzanti. Le cinque donne non si conoscevano quando erano in grado di camminare, ma ora sono inseparabili.

“Uno sguardo realistico e senza censure su cosa significa essere sexy e ambiziose e vivere su una sedia a rotelle, recita il claim della trasmissione bandendo ogni falso pudore.

La serie prende vita dall’incontro casuale di Auti, Mia e Tiphany. tutte e tre

residenti a Los Angeles, con la modella e attrice tetraplegica Angela Rockwo ; due anni più tardi ad un evento benefico, le quattro donne conoscono la ventenne Chelsie e subito diventano come “sorelle maggiori” per la ragazza. L’idea di un reality nasce quando il produttore Gay Rosenthal incontra la Rockwood e lei le presenta le sue amiche.

Da quel giorno Gay inizia a girare il “documentario”, proponendolo a molte emittenti televisive; è Sarah Barnett del Sundance Channel la prima a rispondere.

Il paragone con la Bradshaw e le sue amiche di non è inopportuno come potrebbe sembrare: se si esclude l’accessorio sedia a rotelle, le vite di queste giovani donne non hanno nulla da invidiare a Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte.

“Guardare come queste ragazze affrontano ogni giorno- ha spiegato il produttore di Push Girls – non è solo fonte di ispirazione ma è davvero avvincente. E’ uno spettacolo che sfida la percezione che gli altri hanno rispetto a chi convive con una disabilità. Con questo documentario diamo al pubblico un ritratto onesto, schietto e dal cuore, di chi passa la vita così. Sono lieto di condividere la loro storia in una rete che si vanta di offrire una narrazione autentica, coraggiosa e rispettosa.”

La sfida è aperta: riuscirà Push Girls a non cadere nel superficiale e ad interessare lo spettatore educandolo? Le storie raccontate sono di coraggio e voglia di vivere, ma resta da capire come reagirà il pubblico americano ad un reality così diverso da quelli a cui è abituato; il programma infatti fa luce su una tematica trattata a fatica dai media, ma il dubbio è se lo faccia nel modo giusto.

Può un reality fatto di donne bellissime, costrette sulla sedia a rotelle, è vero, ma dotate di occhi stupendi, forme giuste, capelli setosi e macchine di lusso, rappresentare la totalità delle persone in sedia a rotelle? Persone con disabilità spesso non giovani come loro, per nulla indipendenti e complessivamente in cattiva salute?

Alcuni critici hanno visto in questo progetto solo un modo innovativo per fare audience, mercificando un argomento nuovo sugli schermi, sperando in un buon risultato economico. Altri ritengono poco appropriato mostrare esempi di donne in carrozzina ma bellissime, vestite all’ultima moda, protagoniste di un universo così lontano da chi invece ogni giorno vive odiando il proprio corpo, non trovando l’abbigliamento giusto per le proprie esigenze, incontrando difficoltà a livello di barriere architettoniche per entrare nei negozi (altro che darsi allo shopping sfrenato!).

Un po’ come se, sulla sedia a rotelle come in piedi, il messaggio fosse sempre improntato sulla bellezza fisica; queste donne hanno misure invidiabili anche per le normodotate!

Quanto può rispecchiare davvero la realtà un reality così?

Non è anche questo un voler ricercare la perfezione fisica, semplicemente “facendola sedere”?

Eppure queste cinque donne sono”vere”: d’accordo, sono belle, ma da quando la bellezza è sinonimo di una vita facile e felice? Perdere l’uso delle gambe è ugualmente tragico, bionda o mora che si sia! Per quale motivo la storia di queste giovani donne non dovrebbe essere raccontata? Credo sia invece un modo per infondere coraggio e speranza a chi vive un handicap, e magari per una volta vedere abbinati moda, ironia, storie d’amore e carrozzina in un’unica serie può essere un approccio più “soft” per accettare la propria condizione.

Il dibattito non è facile, poiché ogni parere è opinabile, ogni storia è diversa, ogni persona ha esigenze proprie: forse quando si è normodotati, come lo sono io, trarre alcune conclusioni può essere più facile, troppo facile. Ma credo che la vita sia talmente imprevedibile che il fatto che io abbia oggi due gambe a disposizione, potrebbe cambiare domani, anche con un banale incidente. Ma il “camminare” da seduta invece che in piedi non cambierebbe il mio gusto personale in fatto di film, libri, sogni. Credo che l’affrontare sempre il tema della disabilità con un velo di tristezza e commiserazione non faccia bene nemmeno a chi vive questa condizione: ogni giorno il corpo di chi vive un handicap ricorda a chi lo possiede che c’è qualcosa di imperfetto, e quando non è la persona a pensarci è sufficiente che incontri lo sguardo della gente perché se ne ricordi.

Direi che se ci si vuole deprimere la nostra società si dimostra di grande aiuto. Perché non pensare che un reality “leggero” possa essere invece un’ottima terapia per cercare di accettare la propria condizione, ridendo e sognando, ogni tanto?

La serie tv ovviamente in Italia non è mai arrivata, nemmeno i primi 14 episodi: ma il web comunque ne parla, e anche qui emergono idee differenti: chi si schiera con il “troppo belle per essere vere” e chi difende la linea di pensiero “cominciamo a gioire di un prodotto che anni fa sul grande schermo era inimmaginabile”.

D’altronde, nessuno ci impone quale programma guardare in televisione; e comunque, credo che le dinamiche psicologiche di una ragazza sulla sedia a rotelle che guarda Push Girls siano le stesse di una ragazza “normale” che guarda una puntata di Sex&theCity: personalmente, pur avendo due gambe funzionanti, dubito che la mia vita potrà mai essere come quella della bellissima Carrie Bradshaw, tra cocktail, gran galà, abiti meravigliosi in un fisico mozzafiato, una rubrica famosa e circondata da eleganti uomini bellissimi. Cosa importa? E’ bello sognare! E lo è per tutti! Anche su Sex&theCity allora dovremmo muovere polemiche (che in effetti esistono) perché propongono uno stile di vita e modelli irraggiungibili, con l’effetto di poter deprimere ragazze “normali” che invece non vivono a proprio agio con il proprio corpo, o non possono permettersi certi lussi. Ma non mi risulta che queste critiche abbiano portato alla non diffusione della serie tv, giusto? Perché allora non sostenere un reality alternativo come quello di Push Girls?

Chi non vorrà guardarlo, potrà sempre cambiare canale…ma lasciamo le persone libere di scegliere come vivere la propria condizione: e se da ragazza con disabilità dovessi provare piacere ad indossare un tacco dodici, sorseggiando un drink davanti a una serie alternativa, perché mi dovrebbe essere impedito?

Per Associazione Verba

Claudia Cespites

Diredazione

Diversamente Moda 2013

Diversamente-modaSi è conclusa da pochi giorni la settimana della Moda di Milano, che quest’anno dal 20 al 26 febbraio ha ospitato una collezione speciale, “diversamente” fashion: si tratta del progetto “Diversamente Moda”, che ha visto operare con ago e filo persone con disabilità accanto a stilisti di successo, realizzando un catalogo di capi di alta moda per conto di ANIDA, Associazione Nazionale Italiana Diversamente Abili, in stretta collaborazione con giovani esperti del settore.

Un binomio ancora poco approfondito, quello tra moda e disabilità, quasi come se i due termini fossero espressioni di concetti in antitesi tra loro; ma a poco a poco qualcosa sta cambiando, o almeno così pare.

“Diversamente Moda” nasce con l’intento di dimostrare che anche una persona con disabilità può svolgere un’attività lavorativa come chiunque altra: «E’ il riconoscimento di anni di lavoro svolto nell’indifferenza generale» scrive Giuseppe Sannino, l’inarrestabile Presidente dell’ANIDA, che da tre anni porta avanti il progetto della sartoria di alta moda, in cui operano ragazzi con difficoltà motorie, psichiche, sensoriali. Una sfida vinta, ma non senza fatica! Quando si parla di sfilate, si pensa quasi sempre a donne bellissime dalle gambe lunghe che ondeggiano su passerelle vellutate, abiti da “mille e una notte”, stilisti frenetici un po’ fuori dalle righe, flash impazziti. Le fashion words sono: stile, tendenza, costume. A nessuno verrebbe in mente di associare l’haute couture al termine disabilità. Mai i diversamente abili hanno collaborato alla realizzazione di quei capi prima d’ora.

Purtroppo, nonostante il progetto di questo laboratorio di sartoria sia nobile e abbia riscosso successo, i finanziamenti da parte degli sponsor non sono mai pervenuti. Ma le persone con disabilità la moda non solo la creano, la vogliono indossare, sfilando in passerella; in particolare l’iniziativa “AllForFASHION”, di Marta Pellizzi, si è adoperata a promuovere questo concetto, realizzando capi di abbigliamento “accessibili” e collezioni per persone con disabilità, con l’intento di presentare la sua linea in una sfilata di alta moda a Bologna, con modelle diversamente abili accuratamente selezionate e gratuitamente formate..

Eppure, fatta eccezione per i pochi casi che fanno notizia, come quelli appena citati, in Italia le persone con disabilità sono una fetta di mercato che non sembra interessante. “Ci sono tante persone che hanno disabilità temporanee o problemi fisici che richiederebbero vestiti adatti – aggiunge Michela Colombo Gallazzi di Mec Service- Abbiamo provato anche a proporli ai negozi che vendono articoli sanitari, ma alcuni non hanno neanche voluto vederli”. Mec Service è l’azienda di Olgiate Olona (Varese) che crea abiti casual per chi è in carrozzina o ha un braccio ingessato.Sul sito

web aziendale ci sono ancora i modelli degli “abiti senza barriere”, ma la produzione è stata sospesa. “Riceviamo molte chiamate da persone che ci chiedono dove sono i nostri punti vendita -sottolinea l’amministratrice di Mec Service-. Abbiamo pensato anche alla vendita on line, ma non può funzionare perché vogliono provarli”. Le persone con disabilità vogliono viaggiare, divertirsi e anche vestirsi bene. Si vuole lanciare una sfida alla moda: abbia il coraggio di rispecchiare la società, che comprende anche le persone con disabilità. La moda si renda conto che ci sono persone che desiderano capi diversi dal solito.

Sconcertante la testimonianza di Francesca Penno, 28 anni e dall’età di 6 sulla carrozzina. “Fare la modella non è la mia professione -racconta-, ma ho iniziato perché volevo delle belle foto di me. La sorpresa è che alcuni fotografi mi hanno detto di no.” E’ chiaro che la strada da fare è ancora lunga: linee d’abbigliamento per persone con disabilità esistono, ma sono poche, sono on-line, non si trovano nei negozi, non si può toccare la merce prima di acquistarla.

Sebbene rispetto agli anni precedenti sia stato fatto qualche progresso (un tempo sarebbe stato impensabile vedere sfilare una modella sulla carrozzina), il traguardo della normalizzazione di questi capi di vestiario è ancora molto, molto lontano. E soprattutto, laddove ci sono proposte di abiti “per tutti”, non sempre le aziende sono disposte ad investire il proprio denaro. La critica si giustifica muovendo una polemica: il pensare ad una linea d’abbigliamento dedicata ai portatori di disabilità non è di per sé un’iniziativa discriminante? E’ la Pellizzi stessa a rispondere a questo interrogativo: “Non credo sia discriminante dare la possibilità di scelta a tutti, ma proprio a tutti” spiega “ Anzi, sono convinta che migliaia di persone gioirebbero se anche la moda si accorgesse che c’è bisogno di linee d’abbigliamento accessibili a chi è portatore di un handicap. La discriminazione è qualcosa che fa male e non credo che una collezione creata con determinati accorgimenti possa far soffrire qualcuno”.

A proposito del “sentirsi bene e belle anche su una carrozzina” ,ricordiamo che il mese di marzo è un periodo particolarmente orientato verso l’universo femminile: anche il Progetto BenEssere, Piacersi per Piacere, promosso dal Servizio Passepartout del Comune di Torino, desidera sensibilizzare, in questi giorni più che mai, le donne all’importanza del sentirsi belle, nel senso dell’essere a proprio agio con se stesse, ritrovando la voglia di vivere, di sorridere, di mostrarsi e mettersi in gioco. Il Progetto BenEssere si rivolge a donne e uomini ricoverati nei presidi per la riabilitazione dopo traumi cranici e midollari, a chi è reduce da gravi ustioni, a donne con patologie oncologiche, a persone con disabilità intellettiva e in situazione di estrema fragilità. Lo strumento usato è il “trucco”, in realtà un pretesto per aiutare in modo non invasivo le persone a ritrovare un equilibrio con se stesse, a riconoscersi nel nuovo corpo, imparando nuovamente ad amarsi e a prendersi cura di sé.

Chissà che in un futuro non lontano tutte queste iniziative possano davvero ispirare importanti e famosi stilisti a creare collezioni per protagoniste “diversamente modelle”…

 

Per Associazione Verba

Claudia Cespites

Diredazione

Le barriere sono intorno a noi…occorre vederle

abbatterebarrierearchitettonicheSarò sincera: prima di iniziare questo stage presso l’Associazione Verba, sita in Via San Marino 10, Torino, non mi ero mai soffermata a riflettere più di tanto su quanto il muoversi in mezzo a ciò che ci circonda, e che noi “normodotati” consideriamo facilmente accessibile, sia invece un’impresa spesso impossibile per chi si muove su una sedia a rotelle.

E’ respirando l’atmosfera di profonda solidarietà, umanità e affetto che vige tra il personale degli uffici del Passepartout che, giorno dopo giorno, sto aprendo gli occhi anche io.

Scrivo “aprendo gli occhi” perché sto scoprendo una realtà profondamente discriminatoria che prima non vedevo…perché in fondo siamo sempre tutti così di corsa e concentrati sulle nostre vite, sui nostri problemi, da diventare ciechi nei confronti di quelli altrui, finchè questi non inciampano nel nostro cammino.

Questa esperienza presso l’Associazione Verba invece, mi sta risvegliando: mi è stato svelato un mondo che non conoscevo bene, e da allora è come se qualcosa mi fosse “scattato” nel cervello, avesse cambiato il mio modo di guardare, lo avesse reso più critico, più disincantato, più sensibile a una tematica che non avevo mai approfondito.

E così, riflettendo, mi sono resa conto di quanto la nostra società sia indietro sul problema delle barriere architettoniche per i portatori di disabilità motoria: se ne parla, ma solo quando il termine è accompagnato da notizie che fanno scalpore, audience. Durante gli altri giorni dell’anno, tutto tace.

Tace, sì, ma le barriere architettoniche non cessano di esistere: provo a immaginare come cambierebbe la mia vita se domani anche io, per un qualsiasi motivo, fossi costretta su una sedia a rotelle; perché può succedere a tutti, anche se il pensiero comune è che certe situazioni capitino sempre agli altri.

Invece no, la vita è imprevedibile, nessuno può sapere cosa ci riserva il futuro: ma ciò che è certo, è che se un domani non potessi più camminare dovrei modificare il mio modo di vivere, e non solo!

Innanzitutto, dovrei cambiare casa: il condominio in cui abito ha uno scalino di accesso al portone di ingresso, e una serie di scale per arrivare all’ascensore; ascensore tra l’altro troppo piccolo per una carrozzina…e anche se dovessi riuscire ad entrare nel mio appartamento, non potrei utilizzare il bagno perché il corridoio è troppo stretto.

Non potrei più sposarmi nella chiesa dove sognavo fin da piccola, dove sono cresciuta, ho fatto animazione, ho visto il matrimonio dei miei amici: non potrei farlo perché c’è una scalinata in pietra che introduce all’interno. E’ vero, esiste un accesso per le carrozzine che porta sul retro della chiesa…ma quale sposa non sogna di percorrere la navata principale il giorno delle sue nozze? Chi desidererebbe entrare dal retro della chiesa in quel giorno in cui la protagonista dovresti essere tu?

La mia mente prosegue l’analisi della mia vita, e improvvisamente mi rendo conto che non potrei nemmeno più lavorare nel posto in cui sono assunta ora, al box informazioni di un supermercato: per entrare all’interno dell’ufficio e accedere così alla scrivania, e quindi al pc, dovrei superare un gradino. Impossibile per chi è su una carrozzina.

In poche parole, non solo sarebbe difficile abituarsi emotivamente e psicologicamente ad un nuovo status corporeo; non solo dovrei imparare a convivere con un corpo diverso da quello di prima; dovrei cambiare anche quei tasselli della mia vita che oggi considero capi saldi: la casa, il lavoro.

Ho sempre sentito parlare delle barriere architettoniche, ma immedesimarsi nella condizione di chi quotidianamente deve “lottare” per vivere normalmente fa riflettere più di mille parole dette in televisione.

Quello che mi chiedo è come sia possibile che nel 2013 gli architetti e i progettisti siano così poco sensibili al problema: si costruiscono edifici ogni giorno, ma il più delle volte alla dinamicità e novità delle forme, dei colori e dei materiali, non corrisponde l’accessibilità.

Eppure, ricordiamolo, sono circa 2 milioni 824mila le persone con disabilità in Italia, di cui 960mila uomini e 1 milione 864mila donne: è un tasso elevatissimo.

Come è possibile che le barriere architettoniche continuino ad essere un problema?

Nonostante l’attuale normativa in materia di barriere architettoniche sia in vigore dal 1989, capita ancora troppo spesso di imbattersi in edifici, pubblici e privati, in cui persistono gravi impedimenti al comodo uso degli spazi. Accessi, ingressi, porte, pavimenti, servizi igienici, ascensori, altezze di vari elementi non fruibili per coloro i quali presentano un handicap motorio o fisico. Spesso si dimentica di considerare che esistono anche disabilità ‘temporanee’: una gamba o un braccio ingessato, una gravidanza. Esempi classici di barriera architettonica sono: scalini, porte strette, pendenze eccessive, spazi ridotti. Esistono poi innumerevoli casi di barriere meno evidenti, come parapetti “pieni” –

che impediscono la visibilità a una persona in carrozzella o di bassa statura -, banconi da bar troppo alti, sentieri di ghiaia o a fondo dissestato. Per menzionare poi qualche elemento di ostacolo ai non vedenti : semafori privi di segnalatore acustico, oggetti che sporgono in alto e in cui si può andare a sbattere, in quanto non rilevabili col bastone bianco. Esistono inoltre barriere “virtuali”, come siti internet non conformi agli standard di accessibilità. Le leggi in vigore prevedono – sul fronte edilizio – che tutti gli edifici, privati e pubblici, nonché gli spazi urbani, siano progettati, costruiti o restaurati in modo da renderli accessibili ed utilizzabili anche dalle persone con problemi di mobilità. Ciò non è però stato sufficiente, ad oggi, a garantire una reale accessibilità. La normativa attuale impone ad esempio una completa accessibilità degli spazi solo nelle parti comuni, mentre nelle singole unità abitative non sono stati imposti particolari criteri di progettazione; per tali motivi vi sono ancora moltissimi edifici vecchi o antichi rimasti inaccessibili alle persone con ridotta mobilità, sia nelle parti comuni che all’interno delle abitazioni, ma anche edifici di ultima costruzione che continuano a presentare ostacoli per quanti presentano un qualsiasi handicap fisico (scale, porte strette, dislivelli, gradini, rampe troppo ripide ecc.). Attualmente, per garantire una certa autonomia ai disabili, vengono utilizzati i cosiddetti ausili: elementi quali ad esempio lo scivolo di pendenza non superiore all’8%, l’ascensore, il montascale, i bastoni, la carrozzina e molti altri accorgimenti personalizzati.

C’è anche chi prova a dare una giustificazione sul mancato adeguamento alle norme vigenti: per farlo occorre pagare la tassa per l’occupazione del suolo pubblico. Ma il problema è presto risolto: “Se vuoi abbattere le barriere, ad esempio per entrare in un negozio, è sufficiente comprare una semplice pedana a valigetta in alluminio, acquistabile in qualsiasi negozio che venda articoli di ausilio per i disabili“. Tutto senza dover pagare alcuna tassa di occupazione del suolo pubblico.

Purtroppo, nonostante la normativa esista, situazioni di inaccessibilità continuano ad essere all’ordine del giorno.

Il problema, a parer mio, deriva anche dall’egoismo delle persone: una mia cara amica ha perso

il padre dopo una grave malattia che lo ha a poco a poco paralizzato completamente; quando è stato costretto sulla sedia a rotelle, la famiglia ha chiesto al condominio un contributo economico per rifare l’ascensore in modo che fosse agibile anche a quest’uomo…risultato: hanno dovuto cambiare casa.

Realtà del genere fanno rabbrividire, sono lo specchio di una società che è davvero poco, troppo poco attenta ad un problema enorme come quello delle barriere architettoniche.
Forse, se si parlasse un po’ di più di queste tematiche invece di limitarle solo ad ambiti specifici, si potrebbero sensibilizzare più soggetti alla gravità del problema, istruendo la società: dopotutto, la società siamo noi.

Per Associazione Verba

Claudia Cespites

Diredazione

La persona come opera d’arte

personaAvete presente il grigiume, il bianco sanatorio e il beige che caratterizzano l’ambiente ospedaliero? Certamente non state pensando all’Ospedale Sant’Anna di Torino!

La Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus, con tavolozza dei colori alla mano, ha dato vita a un progetto finalizzato a migliorare la qualità della permanenza ospedaliera attraverso l’umanizzazione degli ambienti di cura dell’ospedale.

Mercoledì 7 novembre 2012, in occasione del convegno La Persona come Opera d’Arte, la Onlus ha condiviso

con il pubblico i risultati del percorso avviato grazie anche alle numerose partnership avviate, mostrando in diretta il lavoro degli studenti del Liceo artistico A. Passoni che, durante l’alternarsi dei discorsi dei relatori, cambiavano il volto di una rampa di scale dell’ospedale che da grigia diventava colorata e luminosa.

Non si tratta di cromoterapia, finalizzata all’utilizzo dei colori a scopo terapeutico, ma di umanizzazione dell’ospedale, rendendo più gradevole l’ambiente, ispirandosi a numerose ricerche scientifiche secondo le quali la luce, la varietà delle tinte ispirate agli ambienti naturali, hanno un’ influenza determinante sull’ umore dei pazienti, aiutando a controllare l’ ansia e a vivere l’ ospedale non solo come un luogo di dolore, ma come luogo che accoglie, come una casa.

Il progetto proposto dalla Fondazione ha stimolato la creazione di una rete di istituzioni culturali pubbliche e private, volta a creare sinergie tra enti scientifici, universitari e culturali che durante il convegno hanno reso possibile il ragionamento sul contributo dell’arte a favore del welfare.

Michele Coppola, Assessore alla Cultura e alle Politiche Giovanili della Regione Piemonte, ha ricordato a tal proposito: «E’ necessaria la cooperazione dei privati con le istituzioni pubbliche, per il miglioramento della sanità pubblica, a partire dalle strutture ospedaliere. In un momento in cui la spesa pubblica, anche quella per la sanità, subisce ridimensionamenti, crediamo importante e doveroso dare un contributo: lavorare al fianco delle associazioni per far sì che i luoghi di cura siano sempre più rispondenti ai desideri e alle aspettative delle donne e sempre più sicuri per le pazienti. Abbiamo già sensibilizzato e coinvolto professionisti e imprese che ci hanno aiutato a ideare interventi finalizzati a rendere le strutture sanitarie dei luoghi a misura di donna.

Idee e progetti che abbiamo realizzato e stiamo realizzando grazie al contribuito economico di tanti privati che, come noi, credono nell’importanza di questo cammino partecipato fondato sulla cooperazione tra pubblico e privato che muove dall’ascolto di coloro che animano l’ospedale».

Non solo associazionismo quindi, ma un’armonica collaborazione tra privato e pubblico, che insieme condividono l’idea che l’ambiente di cura può incidere sul percorso di cura e accelerare i tempi di guarigione.

Padrino d’eccezione, l’artista Michelangelo Pistoletto che, grazie al lavoro sinergico tra dipendenti, pazienti,famiglie, adulti e piccini, ha dato vita ad un gioioso wall painting nello spazio antistante le sale operatorie per allietare le attese che spesso in ospedale sono percepite come eterne.

Note di colore che hanno fatto fiorire giardini nella zona d’attesa della sala parto e nell’ingresso alla sala operatoria dell’Ospedale, due luoghi simbolici per la vita di una donna.

Giardini in cui è sempre primavera.

Anna Pironti, Responsabile Capo del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli, ha avviato una riflessione sul Giardino come metafora dell’origine del mondo e della sua cultura, sintesi perfetta tra artificio e natura e ha lanciato una nuova sfida di rinascita: il Re-Birth Day, prima giornata universale della rinascita.

Appello accolto anche da Michelangelo Pistoletto: il 21 dicembre 2012 non sarà la fine del mondo, ma la giornata della rinascita intesa quale momento di riconciliazione tra uomo e natura.

Secondo l’artista «l’umanità ha vissuto due paradisi. Il primo in cui era totalmente compresa nella natura. Il secondo in cui si è espansa in un proprio mondo artificiale cresciuto fino a entrare in conflitto con il pianeta naturale. È venuto il momento di dare inizio al terzo paradiso nel quale l’umanità riuscirà a conciliare e coniugare l’artificio con la natura, creando un nuovo equilibrio esteso a ogni livello e ambito della società. Un passaggio evolutivo nel quale l’intelligenza umana trova i modi per convivere con l’intelligenza della natura».

L’arte si pone, così, al centro di una trasformazione sociale non solo per migliorare gli spazi, ma anche per generare processi di cura.

L’artista ha anche donato la sua firma per il progetto, La firma della solidarietà, un’iniziativa di alto valore etico e simbolico promossa dal Rotary Club destinata a finanziare la prossima sfida del progetto: la ristrutturazione del seminterrato che ospita l’area di prevenzione della fertilità per pazienti oncologiche.

L’autografo dell’artista è posto sulla penna Aurora per ricordare il valore simbolico della scrittura, gesto che dà forma al pensiero umano.

Per Associazione Verba

Vittoria Trussoni

Diredazione

La diversità del cuore

cuoreQuante volte ci soffermiamo ad osservare, ma nella realtà non vediamo o meglio scorgiamo solo quello che vogliamo o che più ci fa comodo.

Da alcuni mesi era venuta a vivere nell’appartamento di fronte al mio una signora di mezza età, molto riservata e dai modi alquanto strani. Io che abitavo in zona da tutta la vita, mi sentivo un po’ la padrona del quartiere. Mi conoscevano tutti e sapevo ogni minimo particolare e pettegolezzo. Della mia dirimpettaia però, non ero riuscita a carpire nulla e la situazione, mi dava alquanto fastidio.

“Annette, sei sicura che l’unica avversione che provi verso quella donna, sia solo per una questione di pura curiosità?” mi chiese un giorno la mia amica Rachel.

“Certo” risposi impettita “A che cosa ti stai riferendo con questa domanda?”.

Dopo un lungo sospiro disse: “Sai, non vorrei che questo tuo malessere verso di lei, fosse per il colore della sua pelle”.

La guardai a lungo senza rispondere, poi iniziando a sistemare le maioliche nella credenza esclamai: “Non sono razzista, se questo è quello che pensi”.

“Non dirmi però che non ti dà fastidio che abiti accanto a te”.

“Se vuoi la verità” iniziai come un fiume in piena “Non capisco proprio che cosa combini quella donna. Esce tutti i giorni e rientra con borse piene di spazzatura; oggetti rotti, vestiti strappati, cianfrusaglia da buttare. Sarà una povera mentecatta. Tra non molto ci troveremo lo stabile invaso da topi e da insetti di ogni tipo per colpa sua”.

“Perché non provi a parlarle” mi suggerì Rachel.

“Mai!” proruppi “Sei fuori di senno, non mi abbasso a comunicare con gente simile”. “Allora ho ragione” esordì Rachel “E’ una questione di discriminazione”.

“Insomma, il signor Lenz non avrebbe mai dovuto affittare la casa ad una persona come quella” dissi seccata.

“Come “quella” in che senso?”.

“Sì mi hai capito benissimo” dissi stufa di ripetermi “Non c’è nessuno come lei nel quartiere. Dovrebbe andarsene”.

“Non pensi che l’abbia fatto come gesto di generosità?”.

“Generosità?” ripetei scoppiando a ridere “Ne faccio tanta di beneficenza in chiesa. Lo sai benissimo anche tu. Deve andarsene e basta. Qui è fuori posto”.

Nessuna parola di Rachel riuscì a convincermi, che avrei dovuto essere più accondiscendente verso quella signora.

Probabilmente era vero; forse non riuscivo a tollerare la nostra diversità. C’era troppa differenza tra di noi; non solo per il colore della pelle, ma di cultura e di stato sociale. Fino a quel giorno, non mi ero accorta che nella realtà, ero razzista. Volevo cambiare? No. Mi stava bene così. Non ne vedevo il motivo. Lei aveva il suo mondo ed io il mio. Un giorno suonò il postino. Era arrivata una raccomandata urgente per lei, ma come al solito era per strada a raccogliere oggetti inutili e così, mi convinse se pur controvoglia, a firmare al posto suo.

Rientrai in casa e guardai la lettera. Nel nome lessi: “Ill.ma Dott.sa Olabisi Kashetu e in alto vi era l’intestazione dell’Unicef Direzione Centrale. Restai perplessa nell’apprendere che la mia vicina, quella che io reputavo una barbona, era laureata. Quando la sentii rientrare, mi apprestai ad aprire la porta per consegnarle la corrispondenza.

“Mi scusi signora Kashetu ho una lettera per lei, il postino l’ha consegnata a me, dev’essere importante” mentre le parlavo, sbirciavo dentro la grossa borsa che aveva posato a terra. Fuoriuscivano pezzi di stoffa e lacci.

“La ringrazio molto” rispose in perfetto italiano “Questa missiva è decisiva per una mia idea” continuò sorridendo. “Di che cosa si tratta?” chiesi non riuscendo a star più nella pelle. “Se gradisce una tazza di caffè, sarò felice di parlargliene”. Ebbi un attimo di esitazione. Entrare in quella casa, dove avrei trovato chissà quale sporcizia e sudiciume non mi entusiasmava, anzi ero piuttosto riluttante, ma la curiosità era troppa. La seguii e varcando la soglia, rimasi a bocca aperta.

L’appartamento era totalmente diverso da come l’avevo immaginato. Era arredato con mobili, tappeti, quadri di grande valore. Oggetti che neppure io potevo permettermi. Lustro e splendente che pareva nuovo di zecca.

“Prego mi segua” disse precedendomi in quella meraviglia colma di libri e di statue antiche. Mi fece accomodare in uno studio, dove alle pareti vi erano attestati e foto. Ne guardai alcuni. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Scoprii così che la dottoressa Kashetu era un brillante medico, che aveva girato mezzo mondo, specializzata in malattie infantili. Le erano stati riconosciuti molteplici premi per la sua carriera e per le attività in favore delle popolazioni svantaggiate nel sud dell’Africa.

Mi vergognai di me stessa. La sentii esultare nell’altra stanza. Doveva aver aperto la busta. “Ci sono riuscita” esclamò venendomi incontro “Il mio progetto è stato approvato”. Stordita per ciò che avevo visto, non riuscivo a comprendere più nulla. “Non capisco” dissi confusa “Che cosa succede?” “E’ una storia un po’ lunga” rispose sedendosi accanto a me “Se vuole, gliela racconto”.

Dopo alcune ore rientrai a casa, dopo aver ascoltato con attenzione quel racconto che parlava di speranza; di donne cui il destino aveva tolto tutto, anche la dignità e di bambini affamati d’amore. Guardandomi attorno mi sentii improvvisamente vuota e povera. Una miserabile per ciò che avevo dentro. Per i miei pensieri, per la mia anima sporca e compresi quanto tutto ciò che avevo accanto a me, era fatuo. La beneficenza non sapevo nemmeno che cosa fosse. La bontà era solo una parola letta nel vocabolario, ma non mi apparteneva. Avevo giudicato senza conoscere e ghettizzato una donna affibbiandole appellativi, solo perché la sua pelle non era come la mia. Presi il viso tra le mani e pensai turbata di essere un vero mostro. I miei occhi avevano visto solo ciò che volevo e non la realtà, perché così era più conveniente. Quale diversità esisteva tra quella donna e me?

L’unica e sola, era nel cuore. Il suo brillava e splendeva di un amore, di una generosità e di un altruismo tale che illuminava ogni cosa. Il mio invece era duro e rinsecchito dall’egoismo, dalla diffidenza e da anni di solitudine.

Esiste un tempo limite per cambiare? E si può plasmare, ammorbidire un carattere dopo anni di asprezza? Alcuni mesi dopo….

“Forza Olabisi che questo sacco pesa una tonnellata” esclamo ansimando.

“Arrivo, eccomi” risponde raggiungendomi con altre due borse piene di oggetti di ogni tipo. “Le nostre signore ci stanno aspettando”.

“Annette sei proprio tu?” Mi volto e vedo Rachel che mi guarda perplessa

“Ciao che cosa fai, vieni con noi?”.

“Non capisco, che cosa sta succedendo?” mi domanda strabiliata spostando lo sguardo sulla mia amica. Sì, perché da quel giorno la dottoressa Olabisi è la mia migliore amica. Da lei ho imparato finalmente a vivere. Ho compreso che non esiste un tempo per amare e per donare. Ho imparato che la diversità è solo una sciocchezza inventata da uomini stolti e ignoranti e che la vera ricchezza è nell’aiutare le persone attivamente, cercando di metterle in condizione di potersi mantenere da sole.

“Aiutaci a smistare questi oggetti, assieme alle signore della chiesa”.

“Per farne che cosa? Sono solo stracci vecchi e utensili rotti”. Le sorrido bonariamente. ”Questo è ciò che vedi tu. Guarda meglio e vedrai che si possono sistemare, rimodellare, assemblare e spedire. Dall’altra parte del mondo ci sono donne, che li venderanno per procurarsi soldi e cibo per loro e per i loro figli. Quello che qui si butta, laggiù è oro”.

Rachel si aggregò a noi e così tante altre signore del quartiere. Da quel giorno, il progetto della dottoressa Olabisi Kashetu è attivo in tantissime città del mondo.

Diredazione

Sull’orlo del precipizio

1Che cosa stavo facendo? Io amavo mio marito, i miei figli, la mia famiglia, allora perché mi trovavo lì. Era forse un incubo dal quale mi dovevo svegliare?

Ci sono casi in cui la forza viene meno, eppure forse per orgoglio non chiediamo aiuto e cerchiamo soluzioni alternative, non sempre giuste. Scappatoie che in quel momento ci sembrano vie d’uscita, ma che nella realtà, sono solo salti nel vuoto. Maggiori informazioni