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Dilaura

Corsa per la vita

corsaCi sono cose che non si possono dimenticare, che ti restano impresse nell’anima e che quando la sera chiudi gli occhi, le rivedi davanti a te: sono quelle che ti hanno sfiorato il cuore facendoti soffrire.

Ho viaggiato molto nella mia vita. Visitato paesi e luoghi lontani; città bellissime e altre dimenticate da tutti e in ciascuno di questi posti, ho portato via qualcosa. Mai però avrei immaginato ciò che quella vacanza mi avrebbe “donato”.

“Si può sapere perché vai dall’altra parte del mondo per rilassarti? Quelle non le considererei ferie” esclamò Megan la mia migliore amica “Ci sono tanti bei posti tranquilli dove puoi andare, perché devi volare fin laggiù?”.

Sorridendo risposi: “Perché non sarei io”.

Questa volta avevo deciso di visitare la Cambogia, anche se tutte le persone con cui parlavo, mi sconsigliavano vivamente di partire.

“Laggiù c’è solo miseria” mi dicevano “Niente che ti può interessare”.

Ormai però avevo preso la mia decisione e nessuno, mi avrebbe convinto a cambiarla.

Dopo due giorni esatti Megan mi accompagnò all’aeroporto e cercò nuovamente di persuadermi; fu tutto inutile.

“Stai tranquilla, non mi accadrà nulla”.

Ci abbracciammo e partii alla volta di quel mondo così diverso dal mio.

Unica figlia di un ricco industriale, sempre vissuta nel lusso, nello sfarzo, nell’ostentazione, non mi era mai mancato nulla e non sapevo, o meglio ignoravo nella realtà, il significato della parola “povertà”.

Per me era un concetto astratto, che non mi sfiorava assolutamente.

E’ vero che nei miei tanti viaggi avevo visitato anche luoghi poco sfarzosi, ma sempre in modo superficiale. Le mie mani non si erano mai sporcate, né tantomeno toccato “la fame”.

“Un giorno tutto questo sarà tuo” diceva mio padre mostrandomi orgoglioso il suo impero finanziario“ ed io ero felice, perché non conoscevo altra vita che quella.

“E’ forse un male essere facoltosi?” mi domandavo “Certo che no”.

Ero cresciuta in un mondo dorato, dove non esistevano la fatica, il sudore e l’angoscia di non sapere che cosa mettere sotti i denti.

Il volo atterrò con cinquanta minuti di ritardo e il primo impatto non fu dei migliori.

Avevo deciso di prenotare a Phnom Penh, nella capitale della Cambogia in uno degli alberghi più lussuosi e da lì, ogni giorno, avrei fatto qualche visita nei luoghi più interessanti e caratteristici della città.

Il primo giorno fu tranquillo, anche perché preferii non allontanarmi molto dall’hotel. Il giorno seguente, decisi di lasciare il centro città e ben presto mi ritrovai in periferia, dove esisteva un’altra Phnom Penh, completamente diversa.

Gli edifici sfarzosi avevano lasciato il posto ad abitazioni di due o tre piani e le strade asfaltate erano una fanghiglia impraticabile.

Questa era la zona dove esistevano le fabbriche, era la parte produttiva, quella dei mercati.

Attratta dai colori che comunque riempivano le strade, non mi accorsi di lui così piccolo, esile eppure, scoprii più tardi, così maturo.

Colpì le mie gambe e pronunciando qualcosa che non compresi, corse via come una lepre.

Lo seguii con gli occhi e lo vidi sparire dentro un edificio.

Proseguii il giro in quel mondo a cui non ero abituata, quando mi accorsi che si era fatto tardi e tornai all’albergo.

La sera in camera riflettei su ciò che avevo visto e mi resi conto che quell’insolita vita, così differente dalla mia, mi attirava e così, nei giorni seguenti, mi recai ancora in periferia.

Più d’una volta, vidi quel bambino che correva a perdifiato entrando e uscendo da un edificio particolare, portando con sé alcune volte anche dei pacchi.

Chi era? Che cosa faceva in quel fabbricato? Che cos’erano quei pacchi più grandi di lui?

Provai a fare delle domande all’uomo della reception e ciò che mi raccontò, fu terribile.

“Come sarebbe a dire ci lavora? Avrà sì e no otto anni” esclamai disorientata.

“Signora” rispose guardandosi attorno e abbassando la voce “In quelle fabbriche la maggior parte dei lavoratori sono bambini, ragazzini e donne” e poi continuò “E fanno più ore dell’orologio per portarsi a casa un pugno di riso”.

Mai avrei immaginato che quel bimbo così esile che correva come un forsennato, stava cercando di guadagnarsi da vivere.

“Che cosa si produce laggiù?”

“La maggior parte delle fabbriche sono tessili e di scarpe. Quella gente lavora per pochi soldi e i paesi industrializzati, gli stessi capi, li rivendono a prezzi centuplicati” disse con gli occhi lucidi.

Mi sembrava di cadere dalle nuvole e continuando a parlare con quell’uomo però, scoprii qualcosa di ancora più orribile. Mi si gelò il sangue nelle vene e sbiancai.

“Non si sente bene?” domandò preoccupato.

Non risposi, non ne avevo la forza e tornai in camera mia.

Dovevo conoscere la verità ad ogni costo e così chiamai l’amministratore delegato di una delle società di mio padre e chiesi conferma di ciò che avevo appena saputo.

Alla frase: “Sì, signorina Bertrand”, riattaccai il ricevitore.

Stavo malissimo. Mi ero come svegliata da un sogno e mi ritrovavo in un incubo che purtroppo, era la realtà. Chi era dunque mio padre? Ed io, ero forse meglio di lui?

Le nostre industrie sfruttavano quella gente; quei bambini, quelle donne. Eravamo dei mostri e non lo sapevo. Dovevo la mia ricchezza alla loro povertà.

Mi facevo schifo!

Restai tutto il giorno chiusa nella stanza dell’albergo. Dopo ciò che avevo scoperto, non mi sentivo di guardare in faccia nessuno.

La mattina seguente invece, decisi di andare dal quel bambino che mi era rimasto impresso. Presi un mezzo e mi feci accompagnare in zona.

Arrivati a metà strada, ci dovemmo fermare: era capitato qualcosa di terribile.

“Non posso proseguire” esclamò il tassista “C’è stato un incidente. E’ crollato un palazzo ed è tutto bloccato”.

Sentivamo le sirene delle squadre di soccorso arrivare e del fumo in lontananza. Gente concitata che scappava.

Scesi dalla macchina e corsi nella direzione del disastro. Non so per quale motivo ma dovevo andare laggiù. Forse mi sentivo troppo in colpa.

Si trattava dell’edificio, dove avevo visto più volte il bambino entrare: una parte era in fiamme e un’altra, completamente crollata.

Era una tragedia immane. Con gli occhi cercavo quello scricciolo e quando lo vidi tutto rannicchiato in un angolo tra i detriti, corsi a stringerlo tra le braccia, come fosse stato mio figlio e lo portai via.

Quel disastro costò la vita a centoventisette persone, tra cui ottantanove bambini.

Quell’esperienza ha cambiato totalmente la mia vita. Non sono più la ragazza spensierata di un tempo, quella che viveva della ricchezza di suo padre.

Ho abbandonato la villa e vivo in un piccolo appartamento in periferia, lavorando in un’associazione a favore dei più deboli, disagiati e soprattutto dei bambini.

Non potrò mai rimediare al male fatto, ma posso almeno cercare di non farne più. E questo, è già un buon inizio.

Diredazione

La persona come opera d’arte

personaAvete presente il grigiume, il bianco sanatorio e il beige che caratterizzano l’ambiente ospedaliero? Certamente non state pensando all’Ospedale Sant’Anna di Torino!

La Fondazione Medicina a Misura di Donna Onlus, con tavolozza dei colori alla mano, ha dato vita a un progetto finalizzato a migliorare la qualità della permanenza ospedaliera attraverso l’umanizzazione degli ambienti di cura dell’ospedale.

Mercoledì 7 novembre 2012, in occasione del convegno La Persona come Opera d’Arte, la Onlus ha condiviso

con il pubblico i risultati del percorso avviato grazie anche alle numerose partnership avviate, mostrando in diretta il lavoro degli studenti del Liceo artistico A. Passoni che, durante l’alternarsi dei discorsi dei relatori, cambiavano il volto di una rampa di scale dell’ospedale che da grigia diventava colorata e luminosa.

Non si tratta di cromoterapia, finalizzata all’utilizzo dei colori a scopo terapeutico, ma di umanizzazione dell’ospedale, rendendo più gradevole l’ambiente, ispirandosi a numerose ricerche scientifiche secondo le quali la luce, la varietà delle tinte ispirate agli ambienti naturali, hanno un’ influenza determinante sull’ umore dei pazienti, aiutando a controllare l’ ansia e a vivere l’ ospedale non solo come un luogo di dolore, ma come luogo che accoglie, come una casa.

Il progetto proposto dalla Fondazione ha stimolato la creazione di una rete di istituzioni culturali pubbliche e private, volta a creare sinergie tra enti scientifici, universitari e culturali che durante il convegno hanno reso possibile il ragionamento sul contributo dell’arte a favore del welfare.

Michele Coppola, Assessore alla Cultura e alle Politiche Giovanili della Regione Piemonte, ha ricordato a tal proposito: «E’ necessaria la cooperazione dei privati con le istituzioni pubbliche, per il miglioramento della sanità pubblica, a partire dalle strutture ospedaliere. In un momento in cui la spesa pubblica, anche quella per la sanità, subisce ridimensionamenti, crediamo importante e doveroso dare un contributo: lavorare al fianco delle associazioni per far sì che i luoghi di cura siano sempre più rispondenti ai desideri e alle aspettative delle donne e sempre più sicuri per le pazienti. Abbiamo già sensibilizzato e coinvolto professionisti e imprese che ci hanno aiutato a ideare interventi finalizzati a rendere le strutture sanitarie dei luoghi a misura di donna.

Idee e progetti che abbiamo realizzato e stiamo realizzando grazie al contribuito economico di tanti privati che, come noi, credono nell’importanza di questo cammino partecipato fondato sulla cooperazione tra pubblico e privato che muove dall’ascolto di coloro che animano l’ospedale».

Non solo associazionismo quindi, ma un’armonica collaborazione tra privato e pubblico, che insieme condividono l’idea che l’ambiente di cura può incidere sul percorso di cura e accelerare i tempi di guarigione.

Padrino d’eccezione, l’artista Michelangelo Pistoletto che, grazie al lavoro sinergico tra dipendenti, pazienti,famiglie, adulti e piccini, ha dato vita ad un gioioso wall painting nello spazio antistante le sale operatorie per allietare le attese che spesso in ospedale sono percepite come eterne.

Note di colore che hanno fatto fiorire giardini nella zona d’attesa della sala parto e nell’ingresso alla sala operatoria dell’Ospedale, due luoghi simbolici per la vita di una donna.

Giardini in cui è sempre primavera.

Anna Pironti, Responsabile Capo del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli, ha avviato una riflessione sul Giardino come metafora dell’origine del mondo e della sua cultura, sintesi perfetta tra artificio e natura e ha lanciato una nuova sfida di rinascita: il Re-Birth Day, prima giornata universale della rinascita.

Appello accolto anche da Michelangelo Pistoletto: il 21 dicembre 2012 non sarà la fine del mondo, ma la giornata della rinascita intesa quale momento di riconciliazione tra uomo e natura.

Secondo l’artista «l’umanità ha vissuto due paradisi. Il primo in cui era totalmente compresa nella natura. Il secondo in cui si è espansa in un proprio mondo artificiale cresciuto fino a entrare in conflitto con il pianeta naturale. È venuto il momento di dare inizio al terzo paradiso nel quale l’umanità riuscirà a conciliare e coniugare l’artificio con la natura, creando un nuovo equilibrio esteso a ogni livello e ambito della società. Un passaggio evolutivo nel quale l’intelligenza umana trova i modi per convivere con l’intelligenza della natura».

L’arte si pone, così, al centro di una trasformazione sociale non solo per migliorare gli spazi, ma anche per generare processi di cura.

L’artista ha anche donato la sua firma per il progetto, La firma della solidarietà, un’iniziativa di alto valore etico e simbolico promossa dal Rotary Club destinata a finanziare la prossima sfida del progetto: la ristrutturazione del seminterrato che ospita l’area di prevenzione della fertilità per pazienti oncologiche.

L’autografo dell’artista è posto sulla penna Aurora per ricordare il valore simbolico della scrittura, gesto che dà forma al pensiero umano.

Per Associazione Verba

Vittoria Trussoni

Diredazione

La diversità del cuore

cuoreQuante volte ci soffermiamo ad osservare, ma nella realtà non vediamo o meglio scorgiamo solo quello che vogliamo o che più ci fa comodo.

Da alcuni mesi era venuta a vivere nell’appartamento di fronte al mio una signora di mezza età, molto riservata e dai modi alquanto strani. Io che abitavo in zona da tutta la vita, mi sentivo un po’ la padrona del quartiere. Mi conoscevano tutti e sapevo ogni minimo particolare e pettegolezzo. Della mia dirimpettaia però, non ero riuscita a carpire nulla e la situazione, mi dava alquanto fastidio.

“Annette, sei sicura che l’unica avversione che provi verso quella donna, sia solo per una questione di pura curiosità?” mi chiese un giorno la mia amica Rachel.

“Certo” risposi impettita “A che cosa ti stai riferendo con questa domanda?”.

Dopo un lungo sospiro disse: “Sai, non vorrei che questo tuo malessere verso di lei, fosse per il colore della sua pelle”.

La guardai a lungo senza rispondere, poi iniziando a sistemare le maioliche nella credenza esclamai: “Non sono razzista, se questo è quello che pensi”.

“Non dirmi però che non ti dà fastidio che abiti accanto a te”.

“Se vuoi la verità” iniziai come un fiume in piena “Non capisco proprio che cosa combini quella donna. Esce tutti i giorni e rientra con borse piene di spazzatura; oggetti rotti, vestiti strappati, cianfrusaglia da buttare. Sarà una povera mentecatta. Tra non molto ci troveremo lo stabile invaso da topi e da insetti di ogni tipo per colpa sua”.

“Perché non provi a parlarle” mi suggerì Rachel.

“Mai!” proruppi “Sei fuori di senno, non mi abbasso a comunicare con gente simile”. “Allora ho ragione” esordì Rachel “E’ una questione di discriminazione”.

“Insomma, il signor Lenz non avrebbe mai dovuto affittare la casa ad una persona come quella” dissi seccata.

“Come “quella” in che senso?”.

“Sì mi hai capito benissimo” dissi stufa di ripetermi “Non c’è nessuno come lei nel quartiere. Dovrebbe andarsene”.

“Non pensi che l’abbia fatto come gesto di generosità?”.

“Generosità?” ripetei scoppiando a ridere “Ne faccio tanta di beneficenza in chiesa. Lo sai benissimo anche tu. Deve andarsene e basta. Qui è fuori posto”.

Nessuna parola di Rachel riuscì a convincermi, che avrei dovuto essere più accondiscendente verso quella signora.

Probabilmente era vero; forse non riuscivo a tollerare la nostra diversità. C’era troppa differenza tra di noi; non solo per il colore della pelle, ma di cultura e di stato sociale. Fino a quel giorno, non mi ero accorta che nella realtà, ero razzista. Volevo cambiare? No. Mi stava bene così. Non ne vedevo il motivo. Lei aveva il suo mondo ed io il mio. Un giorno suonò il postino. Era arrivata una raccomandata urgente per lei, ma come al solito era per strada a raccogliere oggetti inutili e così, mi convinse se pur controvoglia, a firmare al posto suo.

Rientrai in casa e guardai la lettera. Nel nome lessi: “Ill.ma Dott.sa Olabisi Kashetu e in alto vi era l’intestazione dell’Unicef Direzione Centrale. Restai perplessa nell’apprendere che la mia vicina, quella che io reputavo una barbona, era laureata. Quando la sentii rientrare, mi apprestai ad aprire la porta per consegnarle la corrispondenza.

“Mi scusi signora Kashetu ho una lettera per lei, il postino l’ha consegnata a me, dev’essere importante” mentre le parlavo, sbirciavo dentro la grossa borsa che aveva posato a terra. Fuoriuscivano pezzi di stoffa e lacci.

“La ringrazio molto” rispose in perfetto italiano “Questa missiva è decisiva per una mia idea” continuò sorridendo. “Di che cosa si tratta?” chiesi non riuscendo a star più nella pelle. “Se gradisce una tazza di caffè, sarò felice di parlargliene”. Ebbi un attimo di esitazione. Entrare in quella casa, dove avrei trovato chissà quale sporcizia e sudiciume non mi entusiasmava, anzi ero piuttosto riluttante, ma la curiosità era troppa. La seguii e varcando la soglia, rimasi a bocca aperta.

L’appartamento era totalmente diverso da come l’avevo immaginato. Era arredato con mobili, tappeti, quadri di grande valore. Oggetti che neppure io potevo permettermi. Lustro e splendente che pareva nuovo di zecca.

“Prego mi segua” disse precedendomi in quella meraviglia colma di libri e di statue antiche. Mi fece accomodare in uno studio, dove alle pareti vi erano attestati e foto. Ne guardai alcuni. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Scoprii così che la dottoressa Kashetu era un brillante medico, che aveva girato mezzo mondo, specializzata in malattie infantili. Le erano stati riconosciuti molteplici premi per la sua carriera e per le attività in favore delle popolazioni svantaggiate nel sud dell’Africa.

Mi vergognai di me stessa. La sentii esultare nell’altra stanza. Doveva aver aperto la busta. “Ci sono riuscita” esclamò venendomi incontro “Il mio progetto è stato approvato”. Stordita per ciò che avevo visto, non riuscivo a comprendere più nulla. “Non capisco” dissi confusa “Che cosa succede?” “E’ una storia un po’ lunga” rispose sedendosi accanto a me “Se vuole, gliela racconto”.

Dopo alcune ore rientrai a casa, dopo aver ascoltato con attenzione quel racconto che parlava di speranza; di donne cui il destino aveva tolto tutto, anche la dignità e di bambini affamati d’amore. Guardandomi attorno mi sentii improvvisamente vuota e povera. Una miserabile per ciò che avevo dentro. Per i miei pensieri, per la mia anima sporca e compresi quanto tutto ciò che avevo accanto a me, era fatuo. La beneficenza non sapevo nemmeno che cosa fosse. La bontà era solo una parola letta nel vocabolario, ma non mi apparteneva. Avevo giudicato senza conoscere e ghettizzato una donna affibbiandole appellativi, solo perché la sua pelle non era come la mia. Presi il viso tra le mani e pensai turbata di essere un vero mostro. I miei occhi avevano visto solo ciò che volevo e non la realtà, perché così era più conveniente. Quale diversità esisteva tra quella donna e me?

L’unica e sola, era nel cuore. Il suo brillava e splendeva di un amore, di una generosità e di un altruismo tale che illuminava ogni cosa. Il mio invece era duro e rinsecchito dall’egoismo, dalla diffidenza e da anni di solitudine.

Esiste un tempo limite per cambiare? E si può plasmare, ammorbidire un carattere dopo anni di asprezza? Alcuni mesi dopo….

“Forza Olabisi che questo sacco pesa una tonnellata” esclamo ansimando.

“Arrivo, eccomi” risponde raggiungendomi con altre due borse piene di oggetti di ogni tipo. “Le nostre signore ci stanno aspettando”.

“Annette sei proprio tu?” Mi volto e vedo Rachel che mi guarda perplessa

“Ciao che cosa fai, vieni con noi?”.

“Non capisco, che cosa sta succedendo?” mi domanda strabiliata spostando lo sguardo sulla mia amica. Sì, perché da quel giorno la dottoressa Olabisi è la mia migliore amica. Da lei ho imparato finalmente a vivere. Ho compreso che non esiste un tempo per amare e per donare. Ho imparato che la diversità è solo una sciocchezza inventata da uomini stolti e ignoranti e che la vera ricchezza è nell’aiutare le persone attivamente, cercando di metterle in condizione di potersi mantenere da sole.

“Aiutaci a smistare questi oggetti, assieme alle signore della chiesa”.

“Per farne che cosa? Sono solo stracci vecchi e utensili rotti”. Le sorrido bonariamente. ”Questo è ciò che vedi tu. Guarda meglio e vedrai che si possono sistemare, rimodellare, assemblare e spedire. Dall’altra parte del mondo ci sono donne, che li venderanno per procurarsi soldi e cibo per loro e per i loro figli. Quello che qui si butta, laggiù è oro”.

Rachel si aggregò a noi e così tante altre signore del quartiere. Da quel giorno, il progetto della dottoressa Olabisi Kashetu è attivo in tantissime città del mondo.

Dilaura

Un’importante lezione di vita

lezioneE’ molto difficile vedersi, guardarsi, osservarsi per come si è nella realtà. Basterebbe però usare gli occhi del nostro prossimo, per comprendere il perché di tante cose.
Amavo molto il mio lavoro, ma forse era lui a non amarmi.
Avevo frequentato il corso da infermiera e nel giro di pochi anni, grazie alla passione che avevo messo nello studio, fui inserita in un’importante equipe medica.
Ero orgogliosa di me. Felice ed al settimo cielo, mi recavo al lavoro prima delle altre. Aiutavo in maniera eccellente i medici durante le operazioni anticipando i ferri che sarebbero serviti. Conoscevo a memoria le cartelle dei pazienti; i farmaci che prendevano; le analisi che dovevano fare eppure, nonostante tutto, dopo pochi mesi fui mandata via.
Rimasi inebetita quando il capo del personale, mi chiamò nel suo ufficio.
“Mi dispiace molto doverle comunicare questa notizia, ma siamo costretti ad allontanarla dal nostro ospedale”.
“Posso saperne il motivo?” chiesi sconcertata.
L’uomo tossì in maniera nervosa “Ci sono arrivate diverse lamentele su di lei”.
“Lamentele?” ripetei “Com’è possibile? Svolgo il lavoro in maniera impeccabile. Chi osa reclamare?” continuai con i nervi a fior di pelle “Voglio i nomi e subito!”.
Il responsabile divenne paonazzo: “Non sono tenuto a dirle nulla di più. Adesso fuori dal mio ufficio”.
Me ne andai sbattendo la porta alle mie spalle. Percorrendo il corridoio per recarmi nello spogliatoio, mi pareva che tutti gli occhi fossero puntati su di me.
Era una congiura. Li odiavo. Incapaci, inetti, sciocchi. Nessuno era alla mia altezza.
Con un curriculum come il mio, mi fu facile trovare subito un’altra occupazione in un grande centro ospedaliero, dalla parte opposta della città.
Il primario di medicina generale mi accolse con tutti gli onori. Ero nuovamente serena. Svolgevo tutto secondo le regole e riuscii ad ambientarmi presto.
Pensavo di non aver più problemi invece, poco tempo dopo fui mandata via.
L’episodio si ripeté ancora ed ancora. Trovavo lavoro grazie alle mie incredibili capacità, ma altrettanto velocemente, mi licenziavano.
Che cosa accadeva? Non riuscivo a comprenderlo. Perché mi cacciavano via? Eppure ero brava, molto brava.
Questa volta, riuscii ad ottenere un posto presso una piccola casa di cura, ai confini della città. Non era di sicuro quello cui ambivo, ma era meglio di niente.
Un giorno arrivò una nuova paziente nella stanza numero 25: la signora Atalay.
Entrai per presentarmi, visto che sarebbe stata seguita da me e mi vidi dinanzi, una donna austera. I capelli grigi erano raccolti ordinatamente sopra la nuca ed i

suoi occhi di ghiaccio, mi scrutarono dalla testa ai piedi dietro ad un paio di lenti rotonde.
“Buongiorno signora Atalay, mi chiamo Karen e sono la sua infermiera. Vediamo un po’ di che cosa soffre” dissi guardando la cartella.
“Conosco bene i miei mali” esclamò risentita “Ero infermiera prima ancora che lei venisse al mondo”.
Ci fissammo negli occhi quasi con aria di sfida.
“Che caratterino” pensai uscendo “Proprio insopportabile”.
Nei giorni che seguirono, le cose non andarono meglio. Ogni volta che parlavamo, era uno scontro.
“Dovrebbe darsi una calmata” proruppi una mattina “Comprendo benissimo che lei è competente, ma io devo fare il mio lavoro. Ho studiato e sono esperta. Non c’è bisogno che mi dica che cosa devo fare, come se fossi una bambina” dissi tutto d’un fiato.
“Questo è quello che pensa lei?”
“Sicuro” risposi.
Mi fece una sorta d’esame, con domande di diverso tipo. Risposi brillantemente a tutte.
“Come ha visto sono molto preparata. Non occorre che mi dia indicazioni sul mio lavoro” esclamai indignata.
La donna si sistemò gli occhiali e gelandomi con lo sguardo disse: “E’ fastidioso essere sempre ripresi e bacchettati”.
“Sì, molto. La smetta!” sbraitai perdendo la pazienza.
Chi si credeva di essere? Era stata indubbiamente un’ottima infermiera, ma io non ero da meno.
“Lo sa che lei è proprio saccente!” le urlai in faccia non riuscendo più a trattenermi.
Sogghignò: “Senti, senti da che pulpito arriva la predica. Proprio lei che osa riprendere non solo i colleghi, ma anche i dottori”.
“Che cosa?” esclamai sorpresa “Non è assolutamente vero”.
“L’ho sentita benissimo l’altro giorno. E che tono ha usato”.
“Il mio era solo un consiglio” risposi ricordando l’episodio.
“Non credo per niente che il medico l’abbia presa in tal senso” continuò boriosa “Lei è una professionista, ma questo non le dà il diritto di trattare i suoi superiori come inesperti”.
Ero furiosa.
“Sa che cosa le manca? Un po’ di sana umiltà”.
Preferii non rispondere a quelle assurde affermazioni, del tutto false e stringendo i denti, uscii.
Mentre stavo per chiudere, continuò: “Pensi alle mie parole. Rifletta su ciò che le ho detto, perché continuando con quest’atteggiamento di superiorità, finirà per farsi mandar via”.
“Sciocchezze” pensai risistemando il carrello dei medicinali “Sono solo una persona attenta e precisa. Tutto qui”.
Il giorno seguente, ebbi una discussione accesa con il primario.
“Insomma” gridò così forte che le giugulari stavano per scoppiare “Ne vuole sapere più di me? Le ricordo che è solo un’infermiera. Stia al suo posto o la caccio via!”.
Entrando dalla signora Atalay, notai che rideva soddisfatta avendo sentito il litigio nel corridoio.
Nel scorgere il suo atto, insolente e presuntuoso, mi venne un groppo in gola e scoppiai a piangere per la prima volta. Erano però lacrime liberatorie, perché avevo visto me stessa e non mi ero piaciuta.
Come in uno specchio avevo scoperto il lato oscuro di me. Quello che nessuno vorrebbe vedere, ma che purtroppo esiste.
Avevo compreso in maniera amara la mia alterigia, la mia superbia, la mia arroganza. Era vero, non sapevo che cosa fosse l’umiltà. Troppo presa da me non mi soffermavo a sentire, né ad aiutare gli altri, mi limitavo a giudicare.

Nei giorni che seguirono, iniziai a modificare pian piano il mio comportamento, a cominciare con quella donna che mi aveva mostrato il mio vero volto.
Ora andavo nella sua stanza con più serenità, con il desiderio di dialogare con lei e non solo per medicarla. Avevo scoperto che dietro ad ogni malato, esiste un essere umano, che va ascoltato, seguito e amato.
I rapporti con i colleghi e con i medici migliorano notevolmente.
Era un sabato mattina e avevo comprato un mazzo di fiori da regalarle, quando aprendo la porta della sua camera, scoprii che era completamente vuota.
Rimasi sconcertata e corsi dalla caposala per informarmi.
“La signora Atalay?” ripeté “Non mi ricordo questo nome”.
“Come sarebbe a dire? E’ ricoverata alla camera numero 25”.
Mi guardò come fossi uscita di senno “Karen ti senti bene?”
“Perché?” domandai non capendo il senso della domanda.
“Quella stanza è vuota da mesi per ristrutturazioni”.
“Sei tu adesso che vuoi prendermi in giro” dissi scuotendo il capo “Andiamo e ti faccio vedere che non è così”.
Ci recammo dinanzi a quella camera e quando l’aprimmo, restai senza parole. Dentro vi erano sacchi di cemento, scale, latte di pittura, fili elettrici buttati da tutte le parti.
“Hai visto? Ti ho detto che è vuota da mesi. Ti sarai sbagliata di numero”.
Non era possibile. Non potevo aver sognato tutto.
Stavamo per richiudere, quando la caposala si accorse di qualcosa.
“Qui c’è un paio di occhiali. Chissà chi li avrà dimenticati?” li prese in mano e me li mostrò.
Sussultai riconoscendoli.
Non riuscii a capire se quello che avevo provato si era trattato di un allucinazione o l’avevo vissuto realmente. Tanto meno, non seppi mai da dove venne e chi fosse nella realtà, quella donna. Una cosa era certa però, grazie a lei, la mia vita era cambiata. Avevo imparato qualcosa che non si trova sui libri: l’amore, la gentilezza, la dolcezza, la disponibilità verso gli altri.
Son trascorsi dieci anni e lavoro ancora qui, nella piccola casa di cura. Insegno alle giovani infermiere i principi fondamentali della medicina e non solo, ma tutto ciò che serve, per essere brave in questo lavoro.
“C’è un’importante lezione di vita che dovete ricordare. Per quanto sarete preparate, prima di tutto dovete considerare il vostro prossimo. L’umiltà deve andare a braccetto con la competenza” dicendo queste frasi, stringo in mano un vecchio paio di occhialini tondi, che per tutto questo tempo, ho sempre tenuto con me.

Dilaura

Tutto in 37 secondi

 

Paiono pochi, epp37ure sono tanti; 37 interminabili secondi e intere esistenze possono essere cancellate, spazzate via come polvere.

Siedo sui gradini di quella che dovrebbe essere la mia casa e attendo; aspetto l’alba come una liberazione. Non riesco più a dormire la notte e così, indugio vagando come un cane abbandonato nella più totale disperazione, in attesa delle voci del mattino che possano alzarsi ed essere più forti dei miei pensieri che mi stanno distruggendo anche l’anima.

Di giorno sono indaffarato e quel dolore sordo che mi stringe il cuore tanto da non poter più respirare, riesco a nasconderlo e vegeto, ma non vivo. La mia non è più vita, ma una non morte.

Mi pongo mille domande alle quali non riesco a dare risposte, ma neppure le cerco.

Quanti sogni infranti come vetri rotti; come siamo sciocchi a credere nel domani e lottare giorno dopo giorno, arrabbiandoci pure, quando ogni cosa ti può scivolare via in così poco tempo e ciò che avevi, in un lampo, non hai più.

Non voglio chiudere gli occhi perché se lo faccio, le rivedo come in un film e sto male, tanto male. Risento le loro voci, quelle che più di ogni altra cosa, mi mancano e quella stupida lite che proprio quel giorno avevamo avuto.

“Possibile papà che non capisci?” esclamò Claudia seccata “Non puoi trattarmi come una bambina; adesso ho anche un lavoro part-time”.

“Nessuno ti ha detto di cercartelo. Che cosa ti manca in questa casa? Nulla!” risposi arrabbiato, “Devi solo concentrarti sugli studi e prenderti quel pezzo di carta che nessuno di noi ha mai avuto”.

“Posso fare entrambe le cose” continuò lei fiera di ciò che stava facendo “Non voglio pesare su di te o sulla mamma. Guarda che lo vedo che arriva a casa stanca; non sono cieca. E’ giusto che faccia la mia parte”.

Claudia era una ragazza come poche.

Avevamo fatto tanti sacrifici per farla studiare e lei lo sapeva bene e mai una volta si era lamentata per la mancanza di qualcosa. Aveva sempre cercato di aiutare in casa in qualsiasi modo, perché vedeva il bisogno della famiglia.

Ricordo quando sua madre si ammalò; lei aveva solo dodici anni e tornata da scuola faceva anche i mestieri prima di mettersi a fare i compiti. Era già una piccola donna. Molto responsabile per la sua età.

Non usciva mai la sera come invece facevano le altre; era giudiziosa e studiosa. Una vera perla rara.

Mi ero però molto arrabbiato quando seppi che aveva trovato un lavoro, perché mi sentii di colpo vecchio; come se non fossi stato più in grado di mantenere la mia famiglia e non compresi invece, che lei lo aveva fatto perché aveva un grande cuore.

Era vero ciò che diceva, sua madre era stanca poiché non stava bene, ma anche lei non si lamentava mai. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e alla domanda: “Come ti senti?” rispondeva “Non c’è male”.

Due donne meravigliose che però io non meritavo. Ero sempre troppo duro con entrambe e per questo forse, ero stato punito dal destino.

La mia cara Angela cercava di fare da paciere e anche quella volta tentò invano di sistemare le cose.

“Claudia è grande”, esclamò con la sua voce da usignolo “E’ giusto che inizi a farsi la sua vita e a mettersi da parte qualche soldo per un domani” mi prese la mano e continuò “Ti ricordi quando eravamo giovani? I nostri sogni, le ambizioni e i contrasti con i genitori” e sorridendo esclamò “E’ la vita che continua e tu, non puoi impedirglielo”.

Già la vita… ma dov’è adesso quella vita?

Quella maledetta sera sarei dovuto rimanere con loro, ma dopo la lite avevo preferito uscire a passeggiare, per farmi passare l’arrabbiatura. Era una bella serata primaverile e il cielo era un manto di stelle accese, nulla avrebbe fatto presagire quello che da lì a poco sarebbe accaduto.

Se fossi restato con loro, magari le avrei potute aiutare. E questo tormento, me lo porto dietro come un pesante fardello che nessuno potrà mai togliermi.

Fu un attimo e colsi alla sprovvista, scappammo come formiche con il terrore negli occhi.

Quell’interminabile momento non lo potrò scordare mai. Ha distrutto ogni cosa; la mia intera esistenza. Urla disperate mentre le case cadevano giù come castelli di sabbia e calcinacci che volavano da ogni parte, in quei 37 eterni secondi.

Non sapevo che cosa fosse un terremoto fino a quella maledetta sera. Si è completamente impotenti, in balia della terra che trema e tu non puoi fare nulla, se non nasconderti e pregare che finisca presto.

Avevo trovato riparo dentro un box assieme ad altre persone e non appena potei uscire, il mio pensiero fu di correre a casa.

Giunsi nella mia via più veloce che potei attraversando scenari bellici, tra le grida di persone e ciò che vidi non lo scorderò mai, perché rimasto impresso nell’anima come marchiato a fuoco: la mia casa completamente rasa al suolo.

Tremando come un bambino mi avvicinai gridando il nome di mia moglie e quello di mia figlia.

“Aiutatemi vi prego!”, iniziai a urlare come un matto e con tutto il fiato che avevo in corpo “Qui sotto ci sono mia moglie e mia figlia. Aiutatemi!”.

Alcuni uomini corsero a darmi una mano e tutti assieme cercammo di spostare le prime cose. Fu allora che vidi il suo braccio.

“E’ mia figlia, presto!” gridai ancora più forte.

Quando la trascinammo fuori, per lei non c’era più nulla da fare. Un signore mi allontanò stringendomi forte, perché sembravo impazzito dal dolore. Urlavo, sbraitavo e imprecavo contro il mondo intero chiedendo la morte per me.

Pochi minuti dopo trovarono anche mia moglie: la stessa sorte.

Da allora sono un fantasma che cammina, perché nulla ha più senso. Il comune mi ha dato un container e, come per tanti altri che hanno perso tutto, alloggio qui.

Perché devo continuare a vivere? Per chi? Ho perso ogni cosa e non ho più nessuno.

E’ inutile fare progetti, quando bastano pochi secondi per perdere tutto, anche le persone più care e così, rimpiangi le tante volte che non hai saputo dire: ”Ti voglio bene”.

“Sono sempre più deciso di farla finita; nessuno piangerà la mia morte” penso mentre mi reco nella tenda della Protezione Civile, dove sono stato convocato.

“Signor Fusco buongiorno” esclama il Sindaco avvicinandosi e stringendomi la mano “Mi spiace per le sue perdite”.

Annuisco ma non proferisco parola. Ci conosciamo da tanti anni e so che è una brava persona.

“Ho da chiederle un grande favore. So che è un momento difficile ma ho bisogno dell’aiuto di tutti”.

“Di che cosa si tratta?”.

“Venga”.

Mi portò fuori e lì, m’indicò un ragazzino di circa dieci anni dall’aria triste seduto su uno scatolone.

“Vede quel bambino? Ha perso i genitori e al momento non troviamo nessun parente stretto per darlo in affido, inoltre, siamo in piena emergenza come lei ben sa”.

Non riuscivo a capire che cosa volesse da me.

“Le sto chiedendo di prendersene cura”.

Pensai ad un macabro scherzo e me ne andai seccato e irritato. Era impensabile dopo quello che mi era capitato; assurdo, inaccettabile.

“Cerca di studiare perché hai gli esami” esclamo risistemando la piccola cucina all’interno del container.

“Sì zio” risponde Giacomo sbuffando un po’.

Lascio stare i mestieri e mi siedo accanto a lui, il mio piccolo Andrea, di cui adesso mi prendo cura “Dai che ti aiuto”.

Ho fatto tesoro dei miei errori e mai più sbaglierò. Il tempo è talmente prezioso che va goduto ogni singolo istante, poiché tutto può mutare in soli 37 secondi.

DiSabahe Irzan

Sarò sempre con te

sempreCerte cose iniziano così, senza un perché. Non c’è una ragione, un motivo logico, eppure avvengono e ci ritroviamo ad essere inconsapevoli protagonisti.
Ero sposata da più di due anni con un uomo meraviglioso, che amavo più della mia vita. Lo stesso era per lui. Volevamo fortemente un figlio. Nonostante tutti i tentativi però, non riuscivo a restare incinta. Il medico diceva di avere pazienza. Eravamo sani ed era solo questione di tempo. Qualcosa però dentro di me scattò. Non conosco i meandri della mente umana e non posso spiegare che cosa avvenne. So solo che pian piano, giorno dopo giorno, vedevo il mondo cambiare. La mia vita stava scemando.
Rimproveravo Alex, mi arrabbiavo con lui dicendogli che non era più l’uomo che avevo sposato. Non era vero. Non mi accorgevo che ero io, a non essere più quella di un tempo. Ero diventata scostante, nervosa, scontrosa. Avevo perso l’appetito e stavo dimagrendo a vista d’occhio. Dormivo fino a tardi e restavo in pigiama tutto il giorno. Ero sempre stanca e mi trascuravo. Non solo mi ero chiusa in casa, non volendo più avere contatto con nessuno, neanche con le amiche. Cosa più grave, mi ero chiusa in me stessa. In un mutismo che nessuno riusciva a scalfire. In poche parole, avevo perso la voglia di vivere. Mio marito era molto dolce e comprensivo. Passava notti intere a tenermi la mano, che restava chiusa a pugno. Non lo volevo nel mio mondo. Sì, mi ero costruita una nuova dimensione dove vivere. Un luogo nel quale, pensavo di star tutto sommato, bene.
Quando dovevo affrontare la realtà, avevo forti crisi di pianto. Mi sentivo debole, insicura, incapace di fare qualsiasi cosa. Che vita era questa? Una non vita. Mi trascinavo dalla mattina alla sera, desiderosa solo di chiudere gli occhi. Non potevo andare avanti in questo modo. Non vedevo però, alcuna soluzione. Non c’era rimedio. Ero precipitata in un baratro profondo. Il buio, aveva avvolto ogni cosa. Non volevo che mio marito soffrisse più per me e così, presi la decisione.

L’unica possibile e risolutiva. Era l’ora di pranzo, quando mi recai al molo. Sapevo che non ci sarebbe stato nessuno. Avrei chiuso gli occhi e questa volta per sempre. Mi fermai sul bordo della banchina a guardare l’acqua sotto di me. Nessun pensiero attraversò la mente. Lo stesso vuoto che abitava nella mia anima. Respirai profondamente, lasciando cadere la borsa dalle mani e mi sporsi avanti. Sentii il mio corpo perdere l’equilibrio. Dopo il nulla. Avevo finalmente trovato la pace. Intorno, tutto era silenzio e quiete. Un dolore lancinante alla gamba destra, mi riportò alla realtà. Aprii gli occhi. Mi trovavo al pronto soccorso. “Si è svegliata!” esclamò sorridente una ragazza al mio fianco. “Che cos’è successo?” domandai confusa. “Il mio cane le è saltato addosso. Ha perso l’equilibrio ed ha battuto la testa, perdendo i sensi e… credo abbia una gamba rotta”. La giovane era visibilmente dispiaciuta. Non era possibile! Cos’era questo, uno scherzo del destino? Mio marito mi raggiunse e dopo qualche ora, potei lasciare l’ospedale. Stavo bene, tranne la gamba, che mi fu ingessata dal ginocchio in giù. La sconosciuta, era rimasta sempre al mio fianco e si offrì di farmi compagnia, nei giorni a seguire. Si sentiva in colpa per quello che mi era capitato. Lei non sapeva però, che con quel gesto, mi aveva salvato la vita. Alex fu felice della sua proposta. “Mia moglie ultimamente, ha qualche problema di comunicazione” abbassò gli occhi e continuò “E’ un brutto periodo per lei. “Vedrà che passerà” rispose la ragazza speranzosa..

“Mi chiamo Kate”. La guardai seria senza rispondere. Kate, parlò per tutto il tragitto. Era decisamente loquace, aperta e molto allegra. Esattamente il mio contrario. Trascorrevamo le giornate assieme. Kate era dolcissima e mi costringeva con modi garbati a guardare un mondo che io, non pensavo esistesse più. “E’ una stupenda giornata!” esclamava aprendo la finestra della mia camera “Il sole è alto nel cielo, gli uccellini cantano e noi faremo un bel giro nel parco”. Alex aveva preso una sedia a rotelle con la quale, potermi spostare più comodamente. Era così tutte le mattine. Non la sopportavo. Chi era? Che cosa voleva da me? Perché non mi lasciava in pace. Tirava fuori dall’armadio, i vestiti più colorati. Accendeva la radio e cantava, mentre mi aiutava a prepararmi. La odiavo. Durante le nostre uscite, non faceva altro che parlare. Io al contrario, ero sempre chiusa nel mio ermetico silenzio. Elogiava la bellezza d’ogni cosa che vedeva. Si meravigliava scoprendo un fiore cresciuto sfidando il cemento. Era sempre sorridente. Mi parlava del suo futuro e di quello che

avrebbe fatto. Mi diceva che ogni attimo era prezioso e che per questo, andava vissuto intensamente.
Erano trascorsi quasi dieci giorni, quando una mattina, aprendo gli occhi, mi accorsi che aspettavo il suo arrivo. Quella ventata di positività, mi aveva contagiata. Non so in quale modo, ma era riuscita a far cadere il muro che avevo innalzato. Cominciai ad aprirmi. A parlare. Fino a che un giorno, risi di gusto. Ero stata travolta dalla sua voglia di vivere. Mi aveva trascinata nella sua dimensione. Era bellissima. Continuammo a frequentarci anche dopo la mia guarigione. Andavamo in giro per la città e ci divertivamo come matte.

Quella spensierata ragazza dai grandi occhi verdi, senza saperlo aveva compiuto un piccolo miracolo. Mi aveva restituito alla vita. Ero tornata me stessa. Le cose con Alex erano migliorate. Ripresi a fare la moglie e lui era felicissimo. Eravamo di nuovo una coppia serena. “Devo partire per un viaggio” mi disse un giorno durante una delle nostre passeggiate. “Dove vai di bello?” “E’ un segreto” rispose ridendo. “Quando torni?” “Non lo so.
Tu però non devi essere triste, perché io sarò sempre con te.
Il mio pensiero ed il mio cuore, ti terranno compagnia”.
Quelle parole risuonarono in maniera strana.
Lei però era così tranquilla, che non diedi peso alla cosa.

Un giorno sperando fosse tornata dal viaggio, l’andai a trovare.
Avevo una fantastica notizia da darle.
Suonai il campanello.
Mi aprì sua madre. –
“Buongiorno signora, Kate è tornata? La donna s’incupì.

Aveva il viso tirato e gli occhi gonfi. Mi fece accomodare in sala. “Immagino tu non sappia niente. E come potresti… non so come dirtelo” sospirò profondamente “ Kate, ci ha lasciato”. Restai in silenzio, non volendo capire: “Che cosa vuol dire?” Gli occhi le si riempirono di lacrime. Più cercava di asciugarle dal viso e più scendevano. Le presi le mani “Che cos’è successo?” “Kate è morta. Era molto malata e sapeva che non avrebbe visto un altro inverno”. “Malata!” ripetei urlando e scattando in piedi. “Aveva un cancro. Era in fase terminale”. “Com’è possibile? Non si è mai lamentata una volta. Non ne ha mai parlato. Era sempre così allegra…” “Questa era Kate” disse sua madre “Fino all’ultimo, ripeteva di stare tranquilla, perché lei sarebbe stata bene”.
Mi girava la testa.
Non mi ero mai accorta di nulla.
Lei, che sapeva di dover lasciare questo mondo, non provava rabbia o frustrazione. Era sempre piena d’amore per tutti. Amore per quella vita che l’aveva tradita.

Uscendo restai un attimo davanti al portone.
Mi portai la mano destra al grembo ed alzai gli occhi al cielo.
“Questa bambina porterà il tuo nome. E’ anche grazie a te, se adesso è qui e potrà ammirare questo mondo meraviglioso che tu, mi hai fatto scoprire”.
Avviandomi verso la macchina, sentii un’impercettibile carezza al viso.
Ne ero certa.
Così come mi aveva promesso, era accanto a me.

DiSabahe Irzan

Il dolore nascosto

dolore-nascostoLa sala era gremita. Feci un lungo respiro ed entrai, con lo sguardo fisso sulla sedia che avrei dovuto occupare.  Maggiori informazioni

DiSabahe Irzan

Oltre l’ignoto

ignotoStia tranquilla… mi dissero “E’ una bella bambina” mi dissero dopo aver fatto l’ecografia. “Stia tranquilla. E’ tutto a posto”.
La prima gravidanza è sempre molto dura. Piena di ansie, di paure. E’ un viaggio verso l’ignoto e oltre. Non sai bene che cosa ti aspetterà dopo.
La piccola Rosanna doveva essere una bambina molto tranquilla, perché fino al sesto mese non la sentii e anche dopo, non aveva quasi mai scalciato. Pensavo ingenuamente. La mia dolce creatura venne al mondo con una settimana di anticipo. Il parto fu lungo e travagliato, ma in confronto a tutto il resto, paragonato a quello che avremmo passato dopo, posso dire che fu una passeggiata. Udii il suo pianto liberatorio dopo la nascita ed io piansi assieme a lei per la felicità. L’infermiera poco dopo me la portò, ma aveva una strana espressione in volto.

Qualcosa non andava? Presi in braccio la bimba, era avvolta in un lenzuolino rosa. Era bellissima e perfetta, almeno così mi pareva. Due dolci piccole manine; due forti braccia; un pancino roseo e… le sue gambe. Mi soffermai parecchio a guardarle, per capire che cosa non mi convinceva. Erano fatte bene ma molto, troppo attaccate. Quasi incollate assieme. I medici mi spiegarono che si trattava di una piccola malformazione dell’anca, chiamata displasia. I mesi che seguirono furono tutti un susseguirsi di visite mediche, di analisi, di raggi ed ecografie. In più, Rosanna stava crescendo molto più lentamente rispetto agli altri bimbi. C’era dunque qualcos’altro oltre le sue anche che non andava.
Come tutte le mamme, non mi diedi per vinta e così, quando un dottore mi disse che mia figlia non avrebbe mai camminato, iniziai a girare per mezza Italia alla ricerca d’aiuto. Per diciotto mesi le sue gambe furono ingessate e per molti altri fu usato un divaricatore. Io piangevo e pregavo, mentre la mia vita coniugale stava crollando. Oltre a questo però, c’era dell’altro.

La bimba era lenta nel parlare, scoordinata, disattenta. Mi iniziarono a parlare di autismo. Anche nella medicina, come in altri settori, ci sono persone che lavorano con passione ed altre che

lavorano per soldi. Cambiai molti ospedali, perché in alcuni sei solo un numero. Fino a quando trovai un medico, molto coscienzioso che volle fare un esame specifico a mia figlia: la mappa dei geni. Aveva già tre anni. Il responso fu crudo, ma molto chiaro. In Rosanna il gene n. 8 era diviso a metà e questo comportava un disturbo pervasivo dello sviluppo.

Perché nessun altro medico c’era arrivato? Perché durante la gravidanza non era venuto fuori? Perché nessuno ci aveva mai parlato di questo esame? Perché ancora tanti lati oscuri? Tanta ricerca per le malattie neonatali e poi ci si ritrova così, allo sbaraglio, a sbattere la testa al muro. A chiedersi com’è possibile che possa
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accadere durante il concepimento? Perché non è una malattia ereditaria, ma genetica.

Son trascorsi anni duri, molto duri nei quali riuscii con molto fatica e tanta pazienza a far camminare mia figlia, anche se non proprio bene. Purtroppo assieme a Rosanna cresceva anche la malattia. Fino al punto che dovetti prendere col cuore spezzato una drammatica soluzione: portare la piccola che ormai aveva 8 anni in una struttura adatta che la potesse gestire. Nel frattempo io avevo avuto un altro bambino e non era quindi più possibile starle dietro giorno e notte.

Trovare un posto adeguato fu una battaglia contro i titani. Molta burocrazia e poca sensibilità. Se rifletto su tutta la storia, quella è stata la decisione più dura che ho preso. Qualcuno mi può giudicare male, ma io non ho abbandonato mia figlia, perché lei è la mia vita ma, ho cercato un compromesso per Rosanna e per il resto della mia famiglia, che stava andando a pezzi. Io non penso alla mia vita senza la mia piccola che adesso ha ben 13 anni, perché è e sarà sempre parte di me.
Purtroppo il suo mondo a noi oscuro è talmente impenetrabile che a volte fa anche paura. Quando urla per niente, quando piange, quando si butta a terra e scalcia e non ne capisci il motivo; quando tira gli oggetti e ti domandi se voleva farti del male oppure era solo una reazione a qualcosa che non le andava.

Grazie alla scienza, abbiamo scoperto esattamente che cosa non andava in lei e spero che grazie alla ricerca, si possa trovare il modo di abbattere quel muro che ci separa dalla sua mente.
Prego ogni giorno di poter andare oltre, oltre l’ignoto.

Dilaura

Il volo

La mia prigione

non è il mio corpo

non è la mia mente

è il tuo sguardo. Maggiori informazioni

Dilaura

Una nuova vita

Le cose capitano per caso, oppure accadono per un motivo ben preciso a noi sconosciuto, ma stabilito dal destino? Ricordo la musica e la gente, tanta gente. Era una festa e poi…….. Maggiori informazioni